L’angolo di Michele Anselmi
Tra gli immutandati eroi a fumetti Superman mi pare quello invecchiato maluccio al cinema. Anche se Quentin Tarantino, in una celebre sequenza di “Kill Bill 2”, ne tesse le lodi, riprendendo una tesi di Jules Feiffer. Quale? A differenza di altri supereroi che devono trasformarsi, da Batman a Spider-Man per dire, Superman è Superman fin dalla nascita, mentre Clark Kent è la sua “maschera”, il suo alter-ego. Insomma gli occhiali, il completo, il lavoro giornalistico sarebbero il vero costume usato da Superman per mimetizzarsi tra gli umani, anzi una sorta di critica alla razza umana stessa.
Il punto di vista è suggestivo, ma mi pare che il nuovo film, da oggi mercoledì 9 luglio nelle sale con Warner Bros, non si ponga granché il problema, anche perché Lois Lane e Superman sono ormai stabilmente fidanzati, sia pure con qualche avvertenza ai fini della privacy. Spettacolone da almeno 230 milioni di dollari, “Superman” è il primo titolo dei neonati DC Studios, dal nome della celebre casa editrice Detective Comics, e sarà curioso vedere se la tuta, il mantello e il ricciolo del raddrizzatorti venuto dalla spazio e cresciuto in un paesino rurale del Kansas funzioneranno ancora sul piano del trionfo globale.
Tanti anni sono passati da quel 1978, quando il regista Richard Donner prese in mano il personaggio di carta creato da Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1933 per farne un supereroe cinematografico di largo successo pop, grazie ai muscoli del povero Christopher Reeve, poi morto malamente. Da allora Superman è apparso in almeno otto film, incarnato anche da Brandon Routh e Henry Cavill.
Adesso è la volta del trentaduenne David Corenswet, alto un metro e novanta, armonioso viso “da buono”, scelto dal regista James Gunn, capo dei Dc Studios insieme a Peter Safran, per “risuolare” il supereroe volante che in Italia, in anni lontani, fu ribattezzato Nembo Kid (?). L’idea è di lanciare una nuova stagione cinematografica e televisiva, infatti questo “Superman” sarebbe il primo capitolo di una fitta serie onnicomprensiva intitolata “Dei e Mostri”.
Il mio parere? Conta poco, tanto più con film del genere sottratti per definizione al parere della critica. Ho provato a seguire la complicata storia, lunga 130 minuti, ma presto ho cominciato a sonnecchiare, sopraffatto dagli effetti speciali, dalle digressioni buffe, dall’aggiunta di personaggi vecchi e nuovi, riciclati e inventati.
Riassumo in poche righe. Ferito gravemente, pure sanguinante e con parecchie ossa rotte, Superman si ritrova tra i ghiacci dell’Antartide, soccorso dal supercagnolino Krypto che lo trascina dentro una specie di astronave piena di robot per rimetterlo in sesto. Stavolta l’arcinemico Lex Luthor ha fatto le cose in grande: la sua invidia verso Superman «è una vocazione», diciamo pure un’ossessione, e tutto può servire per sputtanare l’odiato «metaumano», come fornire armi allo staterello della Boravia, un po’ post-sovietico nel look, perché invada il pacifico Jarhnapur in modo che Superman accorra.
Tra buchi neri, universi-tasca, catastrofi incombenti (Metropolis rischia di essere distrutta), Superman fatica non poco a riconquistare il buon nome appannato e baciare a mezz’aria la sua Lois, mentre nel frattempo si sono dati da fare, neanche troppo a latere, Mr. Terrific, Metamorpho, Lanterna Verde e la Justice Gang.
Il migliore in campo mi pare Nicholas Hoult, qui completamente calvo, nei panni del luciferino e un po’ maldestro Lex Luthor (ma certo in “Giurato n. 2” di Clint Eastwood offriva ben altra prova). Rachel Brosnahan è una Lois Lane caruccia che sa come prendere Superman, i loro duetti sono più interessanti del resto; quanto a David Corenswet, murato vivo in quel costume ormai un po’ ridicolo per foggia e colori, il tempo ci dirà se quest’ennesima incarnazione dell’uomo d’acciaio, però vulnerabile, funzionerà sul piano commerciale.
Occhio ai titoli di coda: in fondo, dopo migliaia di nomi, ci sono due sequenze nascoste che forse divertiranno i patiti del genere.
Michele Anselmi