Impossibile non pensare immediatamente ad un paragone con “Kill Bill”: fin dal suo titolo e proseguendo con la trama, il film di Byun Sung-hyun, produzione Netflix del 2023, rientra a pieno nel film di genere “tarantiniano”.
Gil Boksoon (Jeon Do-yeon) cerca di mantenere in equilibrio i fili della sua doppia vita. Di giorno si sforza di essere una madre modello per la figlia quindicenne Jae-yeong (Kim Si-A), a cui prova ad impartire valori per crescerla il più possibile diversa da lei; di notte svolge il suo lavoro segreto d’assassina per la MK Enterprise, l’agenzia di omicidi a contratto per cui lavora.
Le sue abilità da killer sono indubbie. Boksoon ha una percentuale di successo del 100% ed è capace di prevedere le mosse dei suoi avversari, capacità che l’ha resa nota e stimata nel suo ambiente.
L’unica capace di metterla in difficoltà è proprio la figlia, con cui ha un rapporto basato sull’incomunicabilità e le bugie che entrambe si raccontano: quelle bianche della figlia sulla sua sessualità e quelle rosso vermiglio della madre riguardo il suo vero lavoro.
“Uccidere le persone è semplice paragonato al crescere lei”, dirà Gil Boksoon confidandosi con un amico.
I toni del dramma familiare si mischiano all’estetica pop dell’action movie più carismatico: le scene d’azione ben coreografate e la violenza che ci si aspetta sono solo corollario di un thriller che di questo genere, in realtà, ha molto poco. Al suo interno c’è tanta carne al fuoco rispetto al semplice rapporto madre/figlia da guarire: la forte divisione tra classi sociali nella Corea del Sud, visibile sia nella vita quotidiana di Boksoon e nei suoi rapporti sociali, sia nella sua vita notturna. La MK Enterprise definisce l’omicidio come “un business” per cui sono necessari professionalità e competenza, non che delle regole da seguire per garantire l’alta performance della multinazionale rispetto alle altre compagnie familiari, meno potenti e per questo destinate alla rovina. E poi, traumi del passato, relazioni difficili da mantenere in un mondo spietato, tutti temi mai sviluppati davvero a fondo.
Nelle sue 2 ore e 17 minuti la pellicola intrattiene tiepidamente, ma lascia aperta una larga finestra di riflessione sui rapporti sempre più liquidi tra genitori-figli, complicati da elementi di ogni tipo.
Ci si chiede anche se il tutto potesse durare meno. Le ottime interpretazioni del cast, la regia ispirata, la cinematografia e il montaggio curatissimi non bastano a tenere alta l’attenzione fino alla fine: questa cala, insieme all’adrenalina data dagli scontri, all’ennesimo gioco machiavellico (ma prevedibile) tra i personaggi e si esaurisce del tutto arrivati al finale, insufficiente e poco incisivo.
Forse, per una volta, sarebbe stato più interessante per un prodotto Netflix lasciare spazio al divertimento e alla piacevole sorpresa di un film fresco, meno ridondante e didascalico, piuttosto che prendersi troppo sul serio riuscendoci solo a metà.

Isabella Bilo