L’angolo di Michele Anselmi

Ero perplesso, anzi alquanto scettico: così ho atteso qualche giorno prima di dare uno sguardo a “La casa nella prateria”, la serie western che danno su Netflix dal 9 luglio. Naturalmente i meno giovani tra noi ricorderanno la serie originale, prodotta dalla Nbc tra il 1974 e il 1983: ben 204 episodi e 4 film, ispirati ai romanzi in buona misura autobiografici della scrittrice americana Laura Ingalls Wilder. Fu un gran successo anche in Italia, ma certo facce, situazioni, anche lo scarso realismo, rispondevano ai modelli estetici anni Settanta.
Il rifacimento odierno, o “reboot” come si usa dire oggi tra quelli del ramo, si deve a Rebecca Sonnenshine, la quale porta un deciso sguardo femminile, dalle rifrangenze antirazziste e antibelliciste, con riferimenti alle malattie e all’alcolismo, alle miserie umane, sull’avventurosa vicenda che riguarda l’arrivo nel selvaggio Kansas della famiglia Ingalls, partita dal lontano Wisconsin dopo la Guerra civile, in cerca di un nuovo posto in cui vivere e prosperare. Independence è il villaggio che sta nascendo da quelle parti, sul territorio che fu degli indiani Osage, gli stessi poi “protagonisti” del bel film di Martin Scorsese “Killers of the Flowers Moon”.
La nuova sensibilità western molto s’avverte nella serie che invito a vedere in inglese con i sottotitoli, sperando che qualcuno mi dia retta. Il tono generale è sempre “da famiglia”, ma dentro uno stile più ruvido e meno rassicurante, con echi minacciosi, situazione di suspense e visioni-flashback utili a mostrare il passato “nordista”, benestante, della famiglia Ingalls. Composta dal padre Charles, dalla moglie Caroline (di nuovo incinta), dalle figlie Laura e Mary: pionieri audaci, pronti a ogni sacrificio, e tuttavia alla ricerca di una comunità, di un nuovo inizio, di una terra delle opportunità sulla quale costruire “the little house on the prairie” del titolo originale.
La piccola Laura, selvatica e indipendente, affascinata dagli Osage e scevra da pregiudizi sociali, capace di procurarsi il cibo con la fionda e di badare alla casa quando i suoi sono malati, è il vero motore drammaturgico della serie: una sorta di donna del futuro, quasi una proto-femminista, che l’attrice undicenne Alice Halsey rende benissimo. Ma funzionano, a mio parere, anche Luke Bracey, Crosby Fitzgerald e Skywalker Hughes nei rispettivi ruoli del padre, della madre e della sorella maggiore.
Finora ho visto sei puntate su otto, tutte attorno ai 50 minuti. Ma ho proprio voglia di sapere come andrà a finire (non dirò come si chiudeva la serie originale).

Michele Anselmi