L’angolo di Michele Anselmi
Di colpo tutti grecisti e filologi per l’uscita di “Odissea” di Christopher Nolan, forse il film più atteso dell’anno (vi lavora dal 2024). Poi ci sono i commentatori come Francesco Piccolo, che pure è scrittore, scenegiatore e molto adatta per il cinema libri altrui, secondo il quale – cito il titolo odierno di “la Repubblica” – «Nonostante il cast stellare, Nolan deve arrendersi a Omero». Arrendersi?
Ho visto oggi al cinema Barberini, primo spettacolo, 12 euro (niente sconti per anziani), versione originale in inglese con sottotitoli dove Ulisse è chiamato correttamente Odysseus, il filmone Universal in questione: 172 minuti, un budget da 250 milioni di dollari, Matt Damon nel ruolo del vigoroso guerriero e sovrano di Itaca. Com’è? A me è piaciuto, nel senso che non mi ha annoiato, il che mi pare già molto considerando il metraggio; e almeno per una volta, sia pure zompando avanti e indietro nel tempo alla sua maniera, Nolan si fa seguire senza far diventare matto lo spettatore, un po’ succedeva anche con “Oppenheimer”.
Sul piano tecnico bisogna sapere che è il primo film interamente girato in IMAX 70mm, anche se pochi cinema potranno restituire l’altissima qualità visiva cercata da Nolan; sul piano della sostanza, cioè dello sguardo che il regista britannico posa sul complesso poema omerico, tagliando episodi, aggiornando “il messaggio”, introducendo novità già oggetto di risibili polemiche (Elena è nera, quindi senza “le candide braccia”), penso che tutto sia lecito. In questo do ragione al collega Roberto Escobar, il quale ha scritto sulla sua pagina Facebook: «Quando lo vedrò non mi domanderò se e quanto Nolan sia stato fedele al mito di Odisseo (alla latina Ulisse). Un mito non è una somma di fatti ai quali il narratore debba restare fedele». Appunto.
A dirla tutta, mi pare anche inutile confrontare Matt Damon con gli altri Ulisse dello schermo o della tv: da Kirk Douglas a Bekim Fehmiu, da Luigi Mezzanotte al recente Ralph Fiennes; perché ciascuno corrisponde a una stagione estetica, a un’idea di spettacolo, a uno spirito di divulgazione.
Il mio consiglio è semplice: se interessa l’oggetto, ovvero Nolan che rifà Omero usando attori di gran nome anche in piccole parti e tutti i prodigi digitali del cinema hollywoodiano, “Odissea” è un film da vedere, sapendo che siamo, come avverte una didascalia inziale, nel campo della magia, sia pure unita a un racconto epico/spietato che sbriciola tante immagini precedenti legate al ritorno di Ulisse. A seconda dei punti di vista uomo di multiforme ingegno, ricco di astuzie o semplicemente complicato.
Di sicuro l’Ulisse di Nolan è un uomo tormentato, uno che scandisce: «Violammo tutto ciò che esiste di più sacro tra gli uomini. E i nostri errori saranno dimenticati, un’altra volta». Fu lui a escogitare l’enorme cavallo di legno che permise agli Achei di conquistare e devastare Troia dopo dieci anni di sanguinosa guerra (lo vediamo quasi subito, mezzo affondato sulla spiaggia, ben diverso dall’iconografia classica); ma quello fu anche «l’inganno di un uomo solo», l’inizio di un massacro insensato che pesa come un macigno sulla coscienza di condottiero scaltro e senza paura. «La nostra età del bronzo sta crollando» sentiamo profetizzare in sottofinale, ed è come se Nolan parlasse del mondo odierno, fors’anche di Trump, del perenne tramonto dell’Impero americano, non di quello omerico. Ma ogni interpretazione è lecita.
Poi, certo, ci sono quasi tutte le stazioni dell’avventuroso ritorno: il gigantesco pecoraio Polifemo da accecare, i sanguinari Lestrigoni resi quasi guerrieri medioevali (la sequenza più brutta e incongrua), la maga Circe che trasforma in maiali i compagni di Ulisse (la sequenza più bella e impressionante), e poi la dea Atena, l’amorevole Calipso che tiene Ulisse stretto a sé per un settennio, il richiamo delle sirene, il cupo passaggio nell’Ade, il gorgo di Cariddi, infine l’arrivo a Itaca con il mitico arco da incordare e la vendetta micidiale a colpi di frecce, asce, spade e lance.
Del cast saprete già tutto: a parte l’intenso e muscoloso Damon, con barba più o meno folta e più o meno grigia a indicare il trascorrere dei due decenni, ci sono Zendaya (Atena), Robert Pattinson (Antinoo), Anne Hathaway (Penelope), Lupita Nyong’o (Elena e sua sorella Clitennestra), Samantha Morton (Circe), Charlize Theron (Calipso) e infiniti altri.
L’idea, se ho capito, è di usare attori di forte richiamo commerciale per inserirli in un contesto a suo modo anti-divistico, dentro un realismo di forte impronta barbarica, di esibita ferocia, in modo da piacere a un pubblico trasversale, colto e inclita, di ventenni e di sessantenni.
Frase chiave che racchiude forse il senso del film, a mio parere: «Non cercare gli dei negli uomini, resterai deluso». E già.
Michele Anselmi