L’angolo di Michele Anselmi

Due padri messi di fronte a due figli “difficili”: una diciassettenne assassina e un ventitreenne alcolista. Non poteva essere un caso. Infatti il neodirettore del Bif&st, Oscar Iarussi, ha proposto ieri al teatro Petruzzelli, pienone di pubblico pagante ogni volta, “Una figlia” di Ivano De Matteo e “La casa degli sguardi” di Luca Zingaretti. Nel primo caso trattasi di un’anteprima assoluta: la cronaca registra una calda standing ovation dopo che la serata di gala era stata inaugurata, per la gioia dei fotografi, con la presenza sul palco di Carolina Crescentini, Monica Guerritore e Stefano Accorsi, quest’ultimi due destinatari di premi vari e protagonisti di qualche punzecchiatura reciproca.
De Matteo, 59 anni, romano, fa da sempre un cinema di forte impatto sociale, ramo pugno nello stomaco. Reduce dal fortunato “Mia” del 2023, prosegue con “Una figlia” un suo personale e sofferto discorso sul mestiere del padre. C’è un romanzo a far da spunto, “Qualunque cosa accada” (Astoria Edizioni) di Ciro Noja, anche se il film, scritto dal regista insieme a Valentina Ferlan, si distacca notevolmente dal libro, pure sul piano degli eventi delittuosi, non più due, e di alcuni nomi.
Per sintetizzare, senza raccontare troppo. Sofia è un’adolescente malmostosa e arrabbiata, specie col padre Pietro, che lavora nel campo immobiliare. Dopo la morte della madre, la diciassettenne ha visto entrare in casa la nuova compagna del padre, Chiara, che non sopporta, anzi detesta proprio, benché la donna faccia di tutto per rendere decente quel ménage familiare. Una serata storta si trasforma in una tragedia, Chiara resta uccisa per terra, accoltellata dalla ragazza in un accesso di furia; il padre, subito sospettato da un poliziotto piuttosto aggressivo, viene presto scagionato, specie quando Sofia, trovata per strada sotto shock, confessa al magistrato di essere stata lei.
Avrete capito che il film si concentra sul dopo: lo strazio del padre, incapace di perdonare la figlia e di rimettersi in carreggiata uscendo da uno strano torpore; la carcerazione di Sofia in un istituto penale per minori, tra ladruncole e criminali ben più toste di lei, forse con il pensiero di farla finita.
«È come un incubo!» ripete il catatonico Pietro, mentre la figlia, certo viziata e irrisolta, troverà via via una sua forma di redenzione, scavando dentro sé stessa, accettando quanto di inatteso sta succedendo nel proprio corpo.
Naturalmente viene da pensare al film “Noi e loro” e alla serie tv “Adolescence”: anche lì due padri devono misurarsi, tragicamente, con due figli assassini, tra repulsione e pietà, sapendo in cuor loro che si resta genitori per tutta la vita, anche quando le cose vanno male.
De Matteo firma un film dallo stile nervoso, molto “urlato”, a tratti un po’ artificioso sul piano dello stile (carrelli all’indietro, dettagli ingigantiti, quel coltello a lungo inquadrato…). Francamente preferisco le parti “proletarie” a quelle “borghesi”, perché mi pare che “Una figlia” sappia estrarre il meglio dalla cronaca carceraria, così vivida e realistica, vista come un processo di trasformazione profonda verso una nuova consapevolezza.
Ginevra Francesconi è di sicuro una rivelazione nei panni della giovane protagonista: sulle prime attonita, sempre a un passo dal tracollo e dal pianto, poi via via più capace di crescere e prendere coscienza di sé; meno calibrate mi sembrano le prove di Stefano Accorsi, Michela Cescon e Thony, rispettivamente nei panni del padre, dell’avvocata e di Chiara. Il film, prodotto da Rodeo Drive e Rai Cinema, uscirà nelle sale il prossimo 24 aprile.
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Nel pomeriggio era toccato a “La casa degli sguardi”, già passato alla Festa di Roma e nelle sale dal 10 aprile con Lucky Red, produce Angelo Barbagallo. Luca Zingaretti aveva in animo da tempo di passare alla regia cinematografica (a parte due episodi della serie su Montalbano): così ha preso il romanzo omonimo di Daniele Mencarelli, appunto “La casa degli sguardi”, Mondadori, per rimaneggiarlo ampiamente con l’aiuto di Gloria Malatesta e Stefano Rulli e farne il suo film d’esordio.
Anche qui, come si diceva, un rapporto ulcerato tra un padre vedovo e un figlio a prima vista insalvabile. I due vivono ad Ariccia. Marco è un sedicente poeta 23enne: affoga l’ansia nell’alcol, è afflitto da un confuso male di vivere che degenera in scenate e incidenti. Finché il padre tramviere, a un passo dall’arrendersi, non gli trova un posto in una cooperativa di pulizie preso l’ospedale pediatrico “Bambino Gesù”. Sarà per Marco l’inizio di una lenta risalita verso la luce, fuori da quel tunnel nel quale sembra essersi murato vivo.
Il titolo poetizzante appare più chiaro strada facendo, nel senso che c’è di mezzo un bambino malato che, da una finestra di un padiglione, costruisce un gioco di sguardi con il giovane addetto alle pulizie quando passo lì sotto.
Tra ricadute, depressioni, battute sulla poetessa Wisława Szymborska, un rapporto sessuale mancato e un “reading” finito male, “La casa degli sguardi” racconta come Marco riesce finalmente a fare i conti con la pena squassante che si porta dietro. Ha detto Zingaretti, incontrando il pubblico del Petruzzelli: «Siamo diventato una società che ha demonizzato il dolore, dobbiamo essere sempre performanti. Invece il dolore può essere catartico».
L’attore e regista romano, che si ritaglia il ruolo del padre paziente, ha trovato in Gianmarco Franchini un attore che offre al suo Marco una prova viscerale, elettrica, quasi incisa sulla propria pelle, tutta occhi sgranati, gesti, soprassalti, sfuriate. Il personaggio di Marco fa rabbia e tenerezza allo stesso tempo: la sua redenzione dovrà passare per una scoperta drammatica, di quelle che cambiano la vita.
La regia di Zingaretti è onesta, al servizio della vicenda toccante, ma senza particolari guizzi, con un che di già visto che talvolta affiora tra una ripresa col drone e un affondo dialettale.

Michele Anselmi