La Mostra di Michele Anselmi | 19

Se “Harvest” è la cantonata della Mostra, “April” è la mattonata della Mostra. Prima o poi arriva sempre, anche nella selezione migliore, in una chiave spesso punitiva, alla voce “cinema sperimentale”, quello che nessuno vedrebbe mai in sala. Lo so: la georgiana Dea Kulumbegashvili gode di considerevole sostegno critico a causa del precedente “Beginning”, e qui poi c’è Luca Guadagnino in veste di coproduttore. Ma io, mentre lo vedevo con crescente fatica, mi chiedevo perché raccontare così artificiosamente una storia anche forte, vivida, che getta una luce inquietante sul Paese che appartenne all’impero sovietico.

Una scrupolosa ostetrica, Nina, è accusata di aver causato la morte di un neonato durante un parto, mostrato nei dettagli, come in un documentario. C’è un’inchiesta dell’ospedale per stabilire le responsabilità e intanto lei, dottoressa stimata e donna incasinata, aiuta come può ad abortire le donne dei villaggi di campagna. La voce comincia a girare, Nina deve stare attenta, rischia di essere licenziata o arrestata, perché in Georgia l’interruzione di gravidanza è ancora reato, e qualcosa di tragico deve ancora accadere.

La regista di Tblisi fa cinema d’autore all’ennesima potenza, che nulla concede allo spettatore: sequenze di temporali lunghe dieci minuti, camera fissa sui personaggi con rari movimenti di macchina, punti di vista arditi e spiazzanti, corpi tristanzuoli alla ricerca di un fugace piacere sessuale, un aborto ripreso di lato in tempo reale, pioggia sull’asfalto o rami d’albero, un pene a riposo come una natura morta; soprattutto un misterioso vecchio, nudo e raggrinzito, dal viso come cancellato, che si muove lentamente di spalle su un fondo scuro fino a svanire. Chi o cosa rappresenta? Non saprei, secondo una collega incarnerebbe l’immagine che Nina ha di sé, come si vede: una specie di corpo sfatto e in dissoluzione.

Scrive la regista: “Il film approfondisce gli aspetti tangibili e terreni della vita, nonché le dimensioni enigmatiche e inspiegabili dell’essere”. Vabbè. Si vede che ogni sequenza è meditata, fortemente allegorica o crudamente realistica (arriva anche un parto cesareo), spesso portata al punto di rottura, immagino per rendere lo stato d’animo di questa dottoressa capace di pietas verso le povere donne che aiuta e insieme incapace di stabilire legami personali sul piano affettivo. Nina è interpretata dall’attrice georgiana Ia Sukhitashvili, classe 1980: brava, enigmatica e piuttosto audace nelle scene di nudo.

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Decisamente più appetibile, anche se qua e là faticoso e di non facile decifrazione degli eventi, il singaporiano “Stranger Eyes” del quarantenne Yeo Siew Hua, regista molto caro ai cinefili per il suo “A Land Imagined”. Siamo in zona poliziesco, ma per modo di dire: una giovane coppia del piccolo Stato insulare guarda e riguarda un video girato anni prima al parco, alla ricerca di dettagli utili a scoprire chi sia il rapitore della loro piccola figlia Bo. I due genitori sembrano uniti, coesi, amorosi, naturalmente preoccupati per le sorti della bimba. Ma nel frattempo cominciano ad arrivare strani filmati che riguardano la loro vita privatissima. Chi li sta spiando e perché? I sospetti cadono su un maturo dirimpettaio, molto “guardone” e insinuante, il quale a sua volta custodisce qualche scheletro nell’armadio (la rivelazione inattesa nel finalissimo).

“Bisogna solo tenere d’occhio un uomo. Anche se non è un criminale, lo diventerà” teorizza lo sbirro paziente che rassicura la coppia, certo che prima o poi il rapitore sarà acciuffato, come infatti accade. Ma non sta lì il cuore drammatico di “Stranger Eyes”, infatti il film lascia un po’ in disparte il sequestro per concentrarsi, dentro una quieta morbosità, sulle strane simmetrie che uniscono i destini dei due uomini: il marito e il voyeur. Direi di non citare “La finestra sul cortile”, anche se il direttore Barbera lo fa, parlando di “un’opera a strati che si presta a più letture, di un’escursione metalinguistica sul cinema”.

In realtà “Stranger Eyes” riflette sul concetto stesso di sorveglianza elettronica, dal regista considerata “pervasiva”, sicché “il moderno paesaggio urbano ci trasforma in testimoni involontari delle vite degli altri”. Con il rischio di essere manipolati o di infliggere dolori, senza comprendere la sostanza delle immagini prodotte e ricevute grazia a una perenne connessione.

Michele Anselmi