L’angolo di Michele Anselmi
Chi è davvero Anna Farnesi e perché sta sempre sul chi va là? Laconica e ostica, perfino ispida, sospettosa verso tutto e tutti, oppressa da un segreto ulceroso che si porta dentro. Esce oggi nelle sale italiane, distribuito da Lo Scrittoio, “La seconda vita”, un film di Vito Palmieri, cineasta pugliese 45enne, scritto insieme a Michele Santeramo, autore anche del romanzo che fa da spunto.
Siamo a Peccioli (accento sulla prima e), ridente borgo toscano, noto anche per i quattro Giganti, mega-sculture tra i 5 e 9 metri congegnate da Naturaliter Snc. Lì arriva appunto una giovane siciliana, che dice di chiamarsi Anna, destinata a un posto nell’emeroteca della biblioteca locale. Il curriculum è scarno, né laurea né esperienze d’archivio, colpisce semmai un buco temporale di parecchi anni: ma il direttore della biblioteca la assume lo stesso, subodorando qualcosa.
Viso squadrato, capelli raccolti a coda di cavallo, abiti dozzinali, la scontrosa Anna non vuole rotture, ma non si sfugge al passato, nemmeno a così tanti chilometri di distanza dalla natia Sicilia. Anni prima commise qualcosa di orribile, per rabbia e gelosia. Oggi è una donna diversa, ma pur sempre “straniera”, e non sarà facile sfuggire alle malelingue. Incerta se assecondare una specie d’amore con un giovane fabbro alle prese con un’enorme campana da restaurare, tenero e irrisolto come lei.
“La seconda vita” parte benissimo, con musica ridotta al minimo, personaggio che parlano nel silenzio circostante, suggestivi paesaggi nebbiosi ben fotografati da Michele D’Attanasio, anche una strana tensione che cresce attorno alla ragazza. Purtroppo il regista fatica a mantenere quel registro sobrio e allusivo insieme, vuol far succedere delle cose, e così ecco il direttore della biblioteca, che sembrava saggio e gentile, trasformarsi in una minaccia concreta per Anna, mentre tutto sembra sbriciolarsi.
L’acqua (del mare o di una vasca) come una maledizione, la redenzione come una via stretta e rischiosa, sempre a un passo dal fallimento. Questo, mi pare, il senso di “La seconda vita”, a partire dal titolo emblematico, evocativo.
Marianna Fontana, già apprezzata in “Capri Revolution” di Mario Martone, porta quel suo carattere “sgrunt” nella vicenda, ogni tanto un po’ esagerando, forse, sul piano espressivo; di sicuro esagera Lorenzo Gioielli nel rendere così ambiguo e meschinello il personaggio del principale; mentre Giovanni Anzaldo trova la giusta misura nell’incarnare Antonio, il fabbro, in fondo solo come la protagonista.
Michele Anselmi