L’angolo di Michele Anselmi
La famiglia Höss vive serena nella propria villa con giardino. A pochi metri, si sta consumando il più grande sterminio della storia. Siamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale, ne “La zona d’interesse”, ovvero nell’area attorno al campo di concentramento di Aushwitz, così chiamata dai tedeschi. Espressione che dà anche il titolo al nuovo film del regista Jonathan Glazer. Gli Höss sono i famigliari del comandante nazista Rudolf (Christian Friedel), che si occupa della gestione del lager. Fidato membro delle SS, è impegnato a studiare un metodo per migliorare l’efficienza dei forni crematori. Lo fa senza alcun senso di colpa, come fosse il direttore di una fabbrica, che tenta di ottimizzare i tempi di produzione. Nel frattempo, sua moglie Hedwig (Sandra Hüller) si gode tutti i comfort della loro casa, tra la crescita dei figli e le chiacchierate assieme agli ospiti. Ogni tanto si fa sfuggire qualche sprezzante commento sugli ebrei, considerati inferiori agli animali. Il film è tutto qui, uno spaccato della vita quotidiana dei carnefici, così paradossalmente in contrasto con quella delle loro vittime. Da un lato seguendo la “carriera” di Rudolf, dall’altro le giornate bucoliche dei suoi famigliari, Glazer racconta la Shoah dalla prospettiva degli antagonisti. Lo fa prendendone le distanze, essendo impossibile empatizzare o trovarsi d’accordo con le loro idee. La sua è così una regia fredda, con una macchina da presa fissa e situata in un angolo della stanza, lontana dai personaggi. Basti pensare che non c’è mai un primo piano, che permetta qualche tipo di immedesimazione. L’empatia dello spettatore è rivolta tutta verso gli ebrei, che non vengono mai mostrati, ma di cui si sente continuamente la presenza. La pellicola si regge sul contrasto tra benessere e sofferenza, tra oppressori e perseguitati. Una contrapposizione che viene trasferita al piano visivo e uditivo. Lo schermo è spesso orizzontalmente diviso in due: in primo piano c’è la vitalità della casa a tinte pastello e del giardino coperto di fiori, in cui si muovono i protagonisti; sullo sfondo, invece, il grigiore delle mura del lager e del fumo che esce dalle sue ciminiere, che restituiscono un’atmosfera di morte. Non è presente una colonna sonora, ma in sottofondo si sentono continuamente i rumori provenienti dal campo di concentramento. Rimbombi, spari e urla, che risultano fastidiosi e disorientanti, e danno ai dialoghi mondani della famiglia ariana un tono ancora più surreale. Il regista inglese parla di Olocausto in modo inedito, senza entrare nel campo di concentramento, o ricorrendo ad un tono eccessivamente enfatico. Attraverso una narrazione essenziale, e la scelta di non far vedere, aumenta la potenza espressiva della tragedia dietro le quinte. Lo spettatore viene calato nella prospettiva dei nazisti, che si sentono come eroi in una fiaba. Ad un certo punto, il paragone è infatti con Hänsel e Gretel, che si difendono dalla strega cattiva lasciandola bruciare in un forno. A tal punto immersi in un sistema di valori che giustifica le loro azioni, chissà se pensano davvero di essere nel giusto, o se c’è anche del rimorso, nascosto in qualche angolo della loro coscienza.
Martina Genovese