L’angolo di Michele Anselmi

Dopo aver molto letto, compulsato, ricordato e riflettuto, con i film di Christopher Nolan bisogna andarci cauti: scatta subito l’accusa di lesa maestà, sono addivenuto a questa opinabile conclusione: “Oppenheimer” non mi pare un capolavoro indiscutibile. Ma certo è un film importante, magniloquente, barocco, complesso, pure lungo, troppo, nelle sue tre ore piene, certo da vedere. Esce il 23 agosto, targato Universal, e un po’ è diventato, al pari di “Il sol dell’avvenire” ad aprile e di “Barbie” a luglio, un argomento di fitto dibattito ideologico. Il che fa sempre bene al cinema. E anche gli incassi mondiali sono alle stelle: 670 milioni di dollari al 16 agosto.
Può darsi che “manchi la scintilla”, come ha scritto Antonio Monda (paragone scivoloso visto l’argomento), di sicuro mi riconosco in quanto spiega Richard Brody su “The New Yorker”, ovvero: “Nolan taglia le sue scene per incastrarle come un puzzle, e i dettagli che non combaciano – contraddizioni, sottigliezze, anche piccole particolarità casuali – vengono tralasciati e, con essi, la sensazione dell’esperienza, sia del protagonista che dello spettatore. Ciò che rimane è un film da risolvere piuttosto che da vivere”.
Si sa, a Nolan piace bluffare col tempo, pure barare, in verità; ne ha fatto un marchio di fabbrica, una cine-poetica, oltre che un espediente scaltro per non spiegare tutto. Insomma il cineasta britannico adora quelli che ho chiamato “i film rompicapo”. Anche questo, a suo modo, è un “indovinello”, benché dall’andamento più lineare e costruito attorno a una figura reale, di grande spessore e responsabilità: Julius Robert Oppenheimer, 1904-1967, fisico statunitense di origini ebraiche, responsabile del “Progetto Manhattan” (tre anni, quattromila persone coinvolte, due miliardi di dollari investiti) che portò gli Stati Uniti ancora in guerra a dotarsi per primi della bomba atomica.
Insomma, una sorta di moderno Prometeo: infatti l’allegoria arriva sin dai titoli di testa, a ricordare il Titano amico dell’umanità e del progresso che rubò il fuoco agli Dei per darlo agli uomini, subendo infine la punizione di Zeus, che lo incatenò a una rupe ai confini del mondo per poi farlo sprofondare nel Tartaro. Oppenheimer non finì così male, ma certo ebbe i suoi guai in patria: prima considerato un genio assoluto, l’uomo capace di infliggere il colpo mortale al Giappone e insieme di edificare la supremazia militare americana nel nascente scontro con l’Urss, poi una specie di traditore senza spina dorsale, un cacadubbi per giunta ex-comunista, tanto da essere soggetto, durante il maccartismo, a una sorta di inchiesta a porte chiuse. Solo più tardi, privato di ogni potere, sarà “perdonato” e rivalutato.
L’andirivieni temporale tra il 1942, il 1945 e il 1954, con salti più indietro e più avanti, è costellato di visioni fiammeggianti (basterebbe vedere il manifesto), rumori sordi o tonanti, terrificanti premonizioni. Non so se, per l’occasione, Nolan si sia un po’ ispirato a certe atmosfere di Terrence Malick, il quale notoriamente passa per “filoso del cinema”, ma certo il regista 53enne, che firma pure la sceneggiatura, ha voluto condensare nella vita cruciale di quel fisico nucleare, di persona orribile ed egocentrico ma anche tormentato e profetico, una riflessione sulla natura e le conseguenza della scienza, specie se essa sintetizza e scatena una forza capace di far esplodere il pianeta.
Francamente mi sembra ingiusta l’accusa, piovuta sul film, di aver nascosto le devastazioni a Hiroshima e Nagasaki, sui corpi e sulle cose, come se Nolan avesse voluto edulcorare per non perdere fette di mercato; gli effetti di “the Gadget”, il prototipo della micidiale bomba fatta esplodere il 16 luglio 1945 nel deserto del New Mexico, a congrua distanza dai laboratori di Los Alamos, arrivano forti e chiari sullo schermo, in un crescendo di tensione ben costruita, fino ad assordare e annichilire lo spettatore in sala. Il tutto affinché Oppenheimer possa scandire, inorridito perfino da sé stesso: “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”.
Bombardato letteralmente dalla musica dello svedese Ludwig Emil Tomas Göransson, e bene fotografato dall’olandese Hoyte van Hoytema, “Hoppenheimer” è circonfuso da un’aura di capolavoro assoluto che forse impedisce di apprezzarne le qualità e di discuterne i difetti. Insomma, va preso in toto e guai, sembrerebbe, a non celebrare la dimensione visionaria di una cine-biografia che guarda ben oltre la figura dello scienziato nucleare eponimo.
Si vede che Cillian Murphy, nei panni rischiosi di Oppenheimer, s’è molto impegnato, cucendo addosso alla propria magrezza spettrale una sorta di fragile superomismo dai tratti pansessuali, e certo il cast è di gran lusso, costellato di star coinvolte anche in piccoli ruoli: da Robert Downey Jr. a Matt Damon, da Florence Pugh a Emily Blunt, da Gary Oldman a Jason Clarke.
Eppure sono uscito dal film, punteggiato di citazioni eleganti, tra versi di Eliot e musiche di Stravinskij, con un senso di insoddisfazione, anche un sospetto di tedio, chiedendomi alla fine: ma perché le scene relative al “processo” sono in bianco e nero e tutto il resto a colori?

Michele Anselmi