L’angolo di Michele Anselmi
In questo clima di accanite celebrazioni per i 70 anni di Nanni Moretti è passato stasera su Raistoria “Sogni d’oro”, che risale al 1981 e fu il suo terzo film. Non lo vedevo da allora, credo, e un po’ ho faticato nel rivederlo. Tuttavia: nel suo essere così programmaticamente sgradevole e respingente, forse frutto di un montaggio sgangherato scaturito da una sequenza di episodietti ora fulminanti ora inconsistenti, m’è parso un film tragicamente vitale, a suo modo impietoso nei confronti del suo stesso autore.
Moretti non aveva ancora trent’anni, il che non gli impedì di “felliniggiare” un po’ alla sua maniera, convertendo in incubi foschi da creatività bloccata certi bozzetti amabili, intendo sul piano generazionale, sperimentati in “Io sono un autarchico” e “Ecce bombo”. Come se fossero diventati latrati, anzi ululati, perché, forse ricorderete, nel finale a sorpresa il personaggio di Michele Apicella si trasforma a vista in una sorta di lupo mannaro, ma senza i trucchi prodigiosi del coevo horror di John Landis, che spaventa Laura Morante e grida “Sono un mostro e ti amo” allontanandosi scompostamente nella notte.
Dentro “Sogni d’oro”, come enucleati, pronti ad essere usati nei film successivi fino all’esaurimento, ci sono balletti romantici da festa adolescenziale, pezzi di musical comunisti, visioni profetiche, banalità sui critici, goliardie freudiane, idiosincrasie sulle scarpe, affondi sul cinema americano (chissà perché prendersela con Don Siegel), golosità infantile di fronte alle torte, kitsch televisivo sul tema delle sfide con sfottò arbasiniano, incluso il famoso tormentone sul pubblico dibattito che si ritorce contro Dario Cantarelli, il quale si ritrova davanti a sé nel cineclub, come una sorta di catarsi, “il pastore abruzzese, la casalinga di Treviso e il bracciante lucano” che mai sarebbero dovuti essere lì per vedere un film di Moretti.
Non posso dire di essermi divertito: un sottile disagio mi ha preso via via nel corso della visione, come se il ritratto sempre più torvo e schizoide della morettiana condizione umana, vera o inventata che fosse, svelasse un contorcimento esistenziale allora infisso nelle cose, nell’età, esibito con spudorato sprezzo del pericolo; lo stesso che oggi, penso a “Il sol dell’avvenire”, risulta più levigato, luminoso e tondo ma in fondo depotenziato, quasi manieristico, quindi pigro.
Per chi fosse interessato a leggerlo, qui un bell’articolo di Marco Chiani per MyMovies.it su quel lontano film del 1981.
Michele Anselmi