L’angolo di Michele Anselmi
Io lo capisco, Nanni Moretti. Planato al Bif&est di Bari per un “mordi e fuggi” domenicale (è in corso la personale dei suoi film e gli hanno conferito un premio alla carriera), il regista settantunenne ha voluto dribblare domande magari fastidiose sulla politica, da Meloni a Schlein, da Serra a Ventotene, anche sul nuovo progetto ancora da girare, evitando i giornalisti in favore di un affollato incontro pubblico al Petruzzelli, completamente da lui gestito.
In piedi sul palco, accanto a una sedia rossa con un bicchiere d’acqua sopra, Moretti ha fatto tutto da solo. Del resto l’aveva premesso. «Grazie, penso che parlerò per un’oretta. Dividendo questa chiacchierata in dieci capitoli. Subito dopo tornerò a Roma, c’è un’auto che mi attende qui fuori». In compenso, ha firmato qualche autografo e ha accettato di farsi fotografare insieme a qualcuno del pubblico.
I dieci capitoli, avrete capito, sono serviti solo per parlare di sé, per la serie: “L’inizio in super 8”, “La regia”, “La sceneggiatura”, “La recitazione”, “La musica” eccetera. Alla fine ha parlato ben più di un’ora, mostrandosi stringato solo alla voce “La critica”. Così: «Chiunque può dire del nostro lavoro qualsiasi cosa. Io non replico mai. Fine capitolo». Applauso prevedibile in sala, anche se quella frasetta è apparsa, a chi lo conosce, poco più di una battuta a effetto: nei suoi film ha spesso sfotticchiato i critici, anche in modi feroci o caustici, sempre curandosi, specie da un certo punto in poi della sua carriera, di quanto scrivono i cine-recensori (da giovane, ricordo, arrivò addirittura a sfidare a duello David Grieco, allora critico a “l’Unità”).
Ciò detto, Moretti è apparso facondo e simpatico, un po’ recitando e un po’ no, facendo il verso qua e là a Michele Apicella, il suo famoso altor-ego dei primi film. Ecco, riassunte in capitoletti, alcune delle cose da lui dette oggi giocando sostanzialmente in casa.
IL PUBBLICO. «Si dice oggi che il pubblico abbia bisogno di certi ingredienti per andare al cinema. Non è mai stato il mio ragionamento. Mai snaturato il mio cinema, neanche quando, dopo “Io sono un autarchico” e soprattutto “Ecce bombo”, arrivò il successo. Io non conosco i presunti gusti del pubblico. Per dire: con “Ecco bombo” mi sembrava di aver fatto un film sul mondo che conoscevo e frequentavo. Lo stesso produttore Mario Gallo era preoccupato dopo averlo visto, ne parlava come di quei figli problematici ai quali si vuole bene. Pensavo davvero di aver girato un film doloroso per pochi, invece si rivelò un film comico per tutti».
LA MACCHINA FISSA. Da giovane ero rigido sulla macchina fissa. Un fondamentalista. Mi sembrava che, brechtianamente, la macchina fissa sancisse lo stile di un film, il suo essere rappresentazione, finzione, non un mero salto nella realtà riprodotta in modo naturalistico. All’epoca mi piacevano i fratelli Taviani e Carmelo Bene: non so spiegarmi ancora oggi come stessero insieme queste due passioni. Girando i miei primi film, avevo già un’idea di montaggio in testa. Non capisco quei registi che accumulano a caso le inquadrature, per decidere poi al montaggio che cosa usare». (Eppure Moretti è noto a tutti i produttori per girare ogni volta migliaia di metri di pellicola, anche 80mila e più in alcuni casi, ndr).
NELL’INDUSTRIA. «Io volevo stare dentro l’industria cinematografica, ma alle mie condizioni: come regista, produttore, distributore, esercente. Volevo poter scegliere, dipendere il meno possibile dai finanziatori, anche aiutare i giovani registi esordienti che mi sembravano interessanti. Per restituire la fortuna che avevo avuto io. Non è mai stato un dovere, semmai un piacere. Non mi sono mai sentito investito di una missione sacra, del tipo “promuovere il cinema di qualità”. L’ho fatto partendo semplicemente dai miei gusti di spettatore».
SCRIVERE IN COMPAGNIA. «Scrivere da solo le sceneggiature mi veniva facile, da giovane. Oggi non potrei. Mi piace l’avventura umana e professionale che sta dietro la scrittura di un film, specie con il contributo delle donne. Una volta avevo antenne sviluppate, rispetto ad adesso. Poi “La signora della porta accanto” di François Truffaut fu una rivelazione per me: mi fece capire l’importanza di sceneggiature ben fatte, rifinite, dell’intreccio, del racconto, del cosiddetto plot. Infatti “Bianca” e “La messa è finita” poi li scrissi con Sandro Petraglia».
SILVIO ORLANDO. «Lavorare con Silvio Orlando è una manna. Perché riesce a far suo, dandogli verità, anche il dialogo più scritto, letterario o finto. Oggi sento gli attori e le attrici più vicini a me, ascolto così hanno da dire, accetto consigli e proposte. Una volta, invece, erano solo pedine di un discorso che stavo facendo».
IO NON SONO I MIEI PERSONAGGI. «Spesso il pubblico scambia i miei personaggi con la mia persona. Ricordo ancora che all’epoca di “Bianca” in molti non volevano proprio credere che il professore del liceo “Marilyn Monroe” fosse l’assassino. Nonostante la mia totale e inoppugnabile confessione in merito ai crimini commessi».
NON TEORIZZO PIÙ. «Da giovane ero più bravo a teorizzare sul mio lavoro, a partire dall’uso della musica e delle canzoni. Giustificavo le mie scelte in modo plausibile, oggi non riesco più. Anzi quelle teorie non le ricordo proprio…».
IL DIRIGENTE DEL PCI. «Il giovane dirigente del Pci di “Palombella rossa” non voleva proprio assomigliare a quello di un noto film di qualche anno prima (“La terrazza” di Ettore Scola con Vittorio Gassman che parla dei suoi problemi sentimentali a un congresso, ndr). Non m’interessava parlare della crisi politica e familiare di un dirigente comunista, peraltro già ben raccontata. Volevo solo sentirmi libero di girare un film libero, anche spiazzante, non lineare».
IL CONCLAVE. «Con “Habemus Papam” ho voluto raccontare tutto ciò che di solito non si mette nei film su un Conclave vaticano. Il mio Papa aveva il terrore di essere eletto, così come gli altri cardinali papabili. Qualche mese fa ho visto “Conclave” di Edward Berger, in un’ottima sala. Mi sono pure divertito. Diciamo che come film di Natale si guadagna bene la pagnotta, ma c’è dentro tutto ciò – intendo intrighi, voti, tradimenti, rivelazioni – che a me proprio non interessava».
Michele Anselmi