L’angolo di Michele Anselmi

«Ho cinque cassetti nella mia testa. Tre li tengo sempre aperti, il quarto lo apro ogni tanto, il quinto l’ho chiuso definitivamente l’8 maggio del 1945». Ovvero quando la Norvegia tornò libera dopo la crudele occupazione nazista durata cinque anni. Lo dice Gunnar Sønsteby nel film “Numero 24” che danno su Netflix. Sønsteby è un partigiano davvero esistito, un eroe nazionale in quel Paese, anche il più “medagliato”. Visse tra il 1918 e il 2012, quando decise di opporsi all’occupazione tedesca, nel 1942, aveva appena ventiquattro anni.
Scritto e diretto dal regista norvegese John Andreas Andersen, “Numero 24”, dal nome in codice di Sønsteby scelto dai servizi segreti britannici, è un film davvero multistrato, non solo un film di guerra su questo uomo speciale, tra i più ricercati dalla Gestapo e mai beccato, ma anche una riflessione sofisticata e per nulla banale sulla logiche della guerra e la pratica della cospirazione (per dirla con Pietro Ingrao).
Ho cominciato a vederlo incuriosito dal riassunto che offre Netflix, in genere questi film scandinavi sull’occupazione nazista sono sempre ben fatti, ma “Numero 24” ha qualcosa, direi molto, in più. Perché si muove tra il 1998 e gli anni Quaranta, in un continuo andirivieni temporale: ormai vecchio e malandato, Sønsteby incontra alcune centinaia di studenti per raccontare l’indefessa battaglia condotta in nome della libertà insieme a un piccolo gruppo di resistenti; e da lì si passa a ricostruire quei fatti violenti e feroci, l’iniziale inesperienza del partigiano, l’addestramento in Scozia e la messa a punto di una spietata abilità per non farsi prendere dai nazisti che gli danno la caccia e infliggere i maggiori danni agli occupanti e all’indegno governo collaborazionista.
La guerra civile, perché anche nel caso della Norvegia tale fu, si porta sempre dietro un di più di torture, crudeltà, imboscate, attentati, vendette, esecuzioni, regolamenti di conti, e da questo punto di vista il film sfodera un suo stile realistico, efficace, anche antiretorico. Ma poi, strada facendo, affiora la personalità complessa dell’uomo Sønsteby: da un lato l’idealista lucido che mette da parte ogni debolezza (alcol, donne, sentimenti, famiglia) per essere all’altezza del compito, sapendo che dovrà uccidere anche molti connazionali compromessi col regime hitleriano; dall’altro il vecchio testimone che vacilla di fronte alla domanda di una studentessa in merito a un omicidio in particolare, certo non immotivato, commesso nel 1945, quando la guerra stava per finire. Così “Numero 24” lentamente si trasforma in un confronto tra generazioni diverse, tale da costringere Sønsteby, almeno in parte, a riaprire quel quinto cassetto della sua mente ritenuto chiuso per sempre.
Erik Hivju e Sjur Vatne Brean (nelle foto) sono i due attori norvegesi che incarnano Sønsteby, da vecchio e da giovane, entrambi bravi nel restituire la carismatica dialettica del sopravvissuto alla guerra di liberazione e l’implacabile logica del combattente sul campo. Consiglio di vederlo in originale con i sottotitoli, perché il film è giustamente parlato in norvegese, in tedesco e in inglese, a seconda delle situazioni raccontate.

Michele Anselmi