L’angolo di Michele Anselmi
Sin dai tempi del suo esordio con “Miele”, penso che Valeria Golino sia un’ottima regista, ben più interessante di alcune che vanno per la maggiore oggi in Italia: chi correndo dietro alla chimera, chi cercando la misericordia, chi ricordando che te l’avevo detto. La conferma viene dalla miniserie in sei puntate “L’arte della gioia”, passata in anteprima a Cannes qualche giorno fa e presto nelle sale, con Vision Distribution, divisa in due parti: i primi tre episodi dal 30 maggio, per un totale di circa 155 minuti; gli altri tre dal 13 giugno, per una durata simile. Non si sa ancora quando passerà su Sky, che coproduce con Viola Prestieri.
A dirla tutta, ho qualche dubbio sull’opportunità di mostrare in anticipo le serie televisive al cinema, a luglio succederà anche con “Dostoevskij” dei fratelli D’Innocenzo; ma l’idea, pare di capire, è di valorizzarne gli elementi cinematografici in modalità grande schermo, naturalmente anche a fini promozionali.
“L’arte della gioia” è un bel titolo, che viene dal fluviale romanzo scritto a Gaeta da Goliarda Sapienza, tra il 1967 e il 1976; lei morì nel 1996 e solo due anni dopo, grazie a Stampa Alternativa, il libro fu pubblicato nella sua interezza. Oggi viene considerato un classico, ma all’epoca molti editor storsero il naso nelle case editrici, considerandolo eccessivo, magmatico, confuso.
Delle quattro parti che compongono il folto racconto, Golino e i suoi sceneggiatori, ovvero Luca Infascelli, Francesca Marciano, Valia Santella e Stefando Sardo, hanno deciso di adattare solo la prima, già fitta di eventi. Se la serie dovesse andare bene, un po’ come accadde con “L’amica geniale” di Elena Ferrante, si racconterà, immagino, il resto della vicenda.
Chi esercita forsennatamente “l’arte della gioia” è Modesta, nata simbolicamente il 1° gennaio del 1900 nelle campagne siciliane, povera ma sveglia, figlia di un padre incestuoso e di una madre rassegnata. “È vero, ho rubato, ho sempre rubato la mia parte di gioia: a tutto e a tutti” scandisce lei, ormai adulta, ricca e ben vestita, nella prima scena. L’azione va avanti e indietro nel tempo, partendo dal 1909, quando la ragazzina, sopravvissuto a uno stupro e a un incendio che ha ucciso mamma e sorella disabile, viene accolta nel lussuoso convento dell’aristocrazia siciliana.
Modesta di nome ma non di carattere, la bambina si adatta subito alle logiche della comunità di suore gestita da madre Eleonora. Osserva, blandisce, si fa benvolere, spia la badessa mentre si masturba a letto e la ricatta, corteggia l’uomo di fatica del monastero, finché capisce di non aver proprio voglia di passare tutta la vita lì, prima da novizia e poi da monaca. Scatta così il piano per “evadere” dal Carmelo, e ogni volta, come in passato, c’è qualcuno destinato a morire.
Modesta a suo modo è una donna moderna, per nulla figlia del primo Novecento. Come una specie di Tom Ripley in gonnella o una nipotina di Moll Flanders, sa fingersi cauta e amichevole, carpisce la confidenza delle persone che le vogliono bene e poi, all’occorrenza, le punge come uno scorpione.
“Quante volte mi sono innamorata? Tutte le volte che è stato necessario” scandisce di nuovo l’io narrante, e nel frattempo, dopo la morte apparentemente accidentale di madre Eleonora, Modesta viene accolta nella lussuosa villa della principessa Gaia, una nobile piemontese annoiata, fissata col bello, e da lì partirà la sua scalata alla ricchezza, pure al titolo nobiliare.
A raccontar troppo si rischia di rovinare la sorpresa dello spettatore, perché gli eventi si succedono, abilmente prodotti da Modesta, ora prudente ora luciferina, dotata di un’amoralità sopraffina di origini contadine, che non esclude l’affondo lesbico o la seduzione del maschio di turno. Fa cose terribili, Modesta, fedele a una precisa idea della vita: “Non mi voglio sposare, non sarò mai la serva di nessuno”. Ma poi, nel crepitare delle occasioni…
Ho letto che “si sente un po’ la mancanza del caos disordinato e incontenibile della scrittura di Goliarda Sapienza” (Paola Casella): può darsi; e tuttavia la marcia trionfale di questa geniale opportunista, a suo modo una irredimibile anti-eroina, capace di rovesciare a proprio vantaggio ogni situazione, viene descritta con stile classico ma non convenzionale da Golino, usando stilemi da “feuilleton” in bilico tra avidità e misticismo, mostruosità e classismo.
“Sono libera nel torto” dice di sé Modesta, poi ribattezza Modì dall’infranciosata principessa Gaia, e in effetti, crescendo e diventando donna, la piccola contadina che mostrava i genitali all’amichetto per la serie “E facciamola ‘sta frittata”, si prende con determinazione inscalfibile tutto quanto ritiene che le spetti. Orgasmi inclusi.
La confezione elegante, a partire dalla smaltata fotografia di Fabio Cianchetti, fa tutt’uno con la prova degli interpreti coinvolti, diretti con cura, in modo da restituire l’aria del tempo (siamo tra gli anni Dieci e Venti del secolo scorso) ma senza un’eccessiva ricerca calligrafica. Tecla Isolia fa della sua Modesta una metodica produttrice di disordine, graziosa e sensuale, per nulla incline al sentimentalismo, dedita al proprio piacere; si accordano al clima generale tutti gli altri: da Jasmine Trinca a Valeria Bruni Tedeschi, da Alma Noce a Giovanni Calcagno, da Giuseppe Spada e Guido Caprino, rispettivamente nei ruoli di suor Eleonora, la principessa Gaia, la figlia lesbica Beatrice, il giardiniere del convento, l’autista Rocco scappato dalle trincee della Guerra mondiale e il virile fattore Carmine che tutto ha in mano della tenuta agricola.
PS. Occhio, anzi orecchio, al motivo musicale sui titoli di coda. Si chiama “Parole Sapienza”, quasi una cantilena tribale ricolma di sostantivi congegnata da Anna Caragnano e Donato Dozzy.
Michele Anselmi