L’angolo di Michele Anselmi

Contrariamente a quanto pensavo, “Crimini tra le righe” è un buon sottotitolo esplicativo per “Il critico”, uscito oggi nelle sale targato Universal. Non prevedo comunque un gran successo: al romano cinema Barberini, dove lo danno in versione originale sottotitolata, l’ho visto da solo per un buon quarto d’ora, poi si sono aggiunti due inglesi. E basta. L’ha diretto nel 2023 il regista anglo-thailandese Anand Tucker, prendendo spunto dalla pièce teatrale “Curtain Call” di Anthony Quinn (omonimo del celebre attore messicano).
Siamo di fronte a un concentrato di “inglesitudine”, scusate il neologismo, secondo i canoni di un certo cinema ambientato a Londra negli anni Trenta. Ma dietro il cliché confortante, peraltro subito rovesciato da una fotografia sull’arancione, tutta primi piani, spira un’aria tra cinica e malinconica, da fine di un’epoca, degrado morale e quieto tracollo.
Il critico in questione è Jimmy Erskine, anziano e temuto recensore teatrale del quotidiano “The Daily Chronicle”. Una star nell’ambiente, per via delle eccentriche stroncature con le quali azzoppa registi e attori (solo raramente elogia e consacra). Accompagnato a teatro dal suo giovane segretario/amante nero, il critico non disdegna, a tempo perso, di rimorchiare giovinetti nei parchi per un po’ di «sesso violento», ma senza esagerare. Cita Oscar Wilde, si comporta da dandy elegante con battuta pronta, detesta i fascisti britannici di Oswald Mosley ma è ben piantato nella lussuosa vita aristocratica.
Siamo nella Londra del 1934: da anni Erskine prende di mira un’attricetta di origine popolare che gli sembra terribile, tal Nina Land, divertendosi a massacrarla. L’ha fatto di nuovo dopo averla vista all’opera in “Il diavolo bianco” di John Webster, solo che qualcosa sta cambiando al giornale. Il visconte sessantenne David Brooke ha appena ereditato la proprietà del quotidiano, vuole imporre tagli, cambiare linea politica e mandare a casa qualche vecchia firma. Tra le quali Erskine, il quale è reduce pure da un piccolo scandalo sessuale con tanto di arresto messo a tacere. Il critico ha un mese per andarsene, ma il fiuto gli suggerisce un piano diabolico per salvarsi.
«Nessuno è un santo, la letteratura l’insegna. Tutti gli uomini hanno dei segreti. Io troverò il suo» teorizza Erskine, il quale non fatica a trovare il punto debole del suo editore: è infelicemente sposato e da sempre invaghito proprio di Nina Land…
Molti personaggi s’affollano in questa storia dalle coloriture noir, ma intinta nel sarcasmo, che Tucker pilota con gusto all’antica, allestendo una sorta di ronde sentimentale, spigliata e crudele insieme. La ragnatela tessuta da Erskine è raffinata, da gran conoscitore dell’animo umano e del teatro elisabettiano, ma la tragedia è nell’aria, e a quel punto tutto si complicherà con effetti inattesi.
Naturalmente “Il critico” riposa totalmente sulle spalle di Ian McKellen, che si ringiovanisce un po’ (nella realtà ha 85 anni) per incarnare, con misurato istrionismo, questo “giudice” privo di scrupoli, eppure capace di dignitosi soprassalti: «Chi vive nella paura muore di vergogna” sentenzia. Ma tutto il cast mi pare ben scelto, da Gemma Arterton a Mark Strong, da Ben Barnes a Romola Garai. Poi, certo, vederlo in inglese aiuta.
A chi lo troverà artificioso e prevedibile, diciamo nel solco di film come “Lady Henderson presenta” con echi magari di Nöel Coward e Agatha Christie, rispondo che sì, è tutto vero: eppure un sentimento amarognolo e cupo affiora dalla commedia, depositando uno strano umore nello spettatore all’uscita dal cinema.
PS. Naturalmente critici come Jimmy Erskine non esistono più (o forse non sono mai esistiti). Tutto è cambiato, anche a teatro. Però ricordo che lo scomparso Aggeo Savioli incuteva parecchio timore ai teatranti quando s’affacciava alle prime per “l’Unità”.

Michele Anselmi