L’angolo di Michele Anselmi
Difficile non pensare almeno un po’ a “Teorema” di Pasolini vedendo “L’uomo nel bosco”, il nuovo film di Alain Guiraudie nelle sale da giovedì 16 gennaio con Movies Inspired. Il regista francese, 60 anni, dichiaratamente omosessuale, ha firmato titoli come “Lo sconosciuto del lago” e “L’innamorato, l’arabo e la passeggiatrice”, è autore da festival, sicuramente di nicchia. Ogni suo nuovo film possiede qualcosa di fortemente erotico e decisamente strambo, come se gli piacesse raccontare storie che cominciano in un modo e poi imboccano le strade del paradosso, ora buffo ora doloroso.
Non fa eccezione, mi pare, “L’uomo nel bosco”: il titolo italiano è quasi da poliziesco, e un motivo c’è, anche se quello originale suona più simbolicamente “Miséricorde”, ovvero misericordia. Già, ma chi esercita questo nobile sentimento di compassione attiva verso l’infelicità altrui, di solito incline al perdono, nella fosca storia ambientata nel villaggio di Saint-Martial?
Il giovanotto Jérémie Pastor torna al paesello, da Tolosa, per un funerale. È morto per un tumore il panettiere locale, Jean-Pierre, e lo straniero vuole solo essere vicino per qualche ora alla vedova Martine e al figlio Vincent. Ma le cose sono più ambigue e complicate di come sembrano. Vincent è aggressivo verso Jérémie, benché siano cresciuti insieme in quelle campagne, insomma teme che la madre possa innamorarsi dell’amico e affidargli la boulangerie; invece Jérémie non è insensibile al corpo dell’abbrutito Walter, un ex contadino disoccupato, il tutto sotto gli occhi di un enigmatico parroco che vede e sa ogni cosa.
Avrete capito che ci scappa presto il morto, sepolto appunto nel bosco, e a quel punto anche la Gendarmerie comincerà a indagare, posando lo sguardo sugli strani atteggiamenti di Jérémie.
Echi lontani di Chabrol, Simenon e Bernanos, con qualcosa forse del primo Bellocchio e certo di Pasolini, si mischiano in questa vicenda che inclina velocemente verso l’inverosimile, sicché bisogna stare al gioco di Guiraudie per seguire l’intreccio di pulsioni e passioni, tra nudi esibiti ed erezioni inattese. Inutile dire che nessuno si salva in questa “ronde” degradata e oltraggiosa, all’insegna della menzogna, nella quale tutti provano ad avere qualcosa in cambio da Jérémie: così impassibile, sfacciato e tentatore, un catalizzatore di desideri inconfessabili.
Félix Kysyl, Catherine Frot, Jean-Baptiste Durand, David Ayala e Jacques Develay compongono il quintetto al centro dell’intrigo: con ciascun personaggio che nasconde qualcosa (un’ambizione, un retropensiero, una mira) mentre tutti cercano di trarre un qualche profitto dalla situazione fuori controllo. Apparentemente.
Non saprei dire a chi possa piacere, oggi in Italia, un film del genere. Ma certo potrà incuriosire chi cerca ancora, al cinema, uno sguardo sull’esistenza cinico e sornione allo stesso tempo, a suo modo amorale e totalmente fisico, anti-psicologico.
Michele Anselmi