L’angolo di Michele Anselmi 

Non esce solo “Disclosure Day” di Steven Spielberg oggi mercoledì 10 giugno. Un’alternativa, se le storie di alieni non interessano granché, potrebbe venire da un film che si chiama “Il prigioniero”, coproduzione tra Spagna e Italia, distribuito da Lucky Red. Porta la firma del 54enne cineasta cileno/spagnolo Alejando Amenábar, già autore di titoli molto apprezzati, come “The Others” e “Mare dentro”, da qualche tempo un po’ fuori dal giro dopo il suo “Lettera a Franco” del 2019.
Perché vedere “Il prigioniero”, anzi “El Cautivo” in spagnolo? Perché è una storia in costume per nulla convenzionale, nonostante le apparenze e la confezione; perché custodisce una notevole prova del nostro Alessandro Borghi, uno dei migliori attori italiani in circolazione; perché una certa patina “all’antica” nello stile si combina a una rilettura in chiave omosessuale, oggi va di moda dire “queer”, della vicenda in bilico tra storia e fantasia.
Storici, davvero vissuti, sono i due personaggio principali. Miguel de Cervantes (1547-1616) e Hasán Bajá (1544-1591), detto anche Hasan Pascià o “il Veneziano” perché nato nella città lagunare col nome di Andrea Celeste e poi convertitosi all’Islam. Siamo ad Algeri, nel 1575. Quattro anni dopo aver partecipato alla battaglia di Lepanto, vinta dalla formidabile flotta messa insieme dalla Lega Santa, il futuro autore di “Don Chisciotte” viene catturato dai pirati musulmani e portato nella fortezza di Algeri, dove regna appunto il governatore Hasán, nella realtà sposato con la bella Zahara. Lì “il prigioniero” rimarrà cinque anni, fino al 19 settembre del 1580, quando sarà liberato grazie a un notevole riscatto in oro.
Il film rievoca quel lustro cruciale per Cervantes, anche se poco documentato sul piano autobiografico, sicché Amenábar non teme di lavorare di fantasia immaginando come siano andate le cose tra il prigioniero dal braccio sinistro inerte, a causa delle ferite di guerra, e il “bey” dagli occhi bistrati e dagli abiti fruscianti che amministra con mano ferma la vasta città su mandato di Costantinopoli.
Entrambi quasi coetanei e con esperienze italiche alle spalle, i due finiscono con l’intrecciare i propri destini quando Hasán, che parla cinque lingue, ascolta dalla sua regale residenza i racconti “favolosi” inventati dallo spagnolo per rendere meno penosa la reclusione dei suoi compagni di sventura (tra i quali alcuni religiosi).
«Cervantes, sei il più grande impostore che conosco» scandisce il governatore, implacabile se c’è da impalare qualche indisciplinato tra atroci supplizi, ma anche sensibile alle storie narrate di Cervantes, forse persino attratto da quel giovane e sofisticato “monco”, benché al sesso pensino i cosiddetti “garzones” di corte.
Può darsi che 134 minuti siano troppi, anche se io non ho mai guardato l’orologio (m’è successo invece con Spielberg); e tuttavia “Il prigioniero” custodisce, nell’andamento degli eventi anche tragici, una sua coerenza drammaturgica, formale. L’incontro tra i due è certo ambiguo, non paritario, all’insegna di una sottile seduzione reciproca (un po’ come succede in certi film sugli inglesi prigionieri dei giapponesi), e poco importa se le cose, ad Algeri, non andarono proprio così. Da recluso, Cervantes sognava i mulini della Mancia dalle grandi pale bianche, e farà di tutto, nonostante le blandizie del “bey”, per rivederli…
Ci sono “femminielli”, barbierie-bordello, sguardi di concupiscenza, corpi maschili che si sfiorano in questo film atipico, non perfetto, dal quale affiora un solo volto di donna, peraltro frutto della fantasia di Cervantes. Come una spugna, il futuro scrittore immagazzina tutto ciò che vede, specie nelle giornate di libertà ricevute in cambio di una storia ben congegnata, e il suo gusto per l’affabulazione è in fondo il vero tema del film. Che consiglio di vedere, se possibile, in spagnolo coi sottotitoli, perché il doppiaggio non rende un gran servizio alle voci originali di Julio Peña e di Alessandro Borghi, appunto Cervantes e Hasán.
«Se non c’è l’amore nel mondo, che cosa resta? I piccoli piaceri» è la filosofia del governatore musulmano. Certo crudele e diabolico nell’amministrazione del potere, ma in fondo assai meno ipocrita di quel prete dell’Inquisizione disposto a tutto pur di salvarsi e far condannare il “vizioso” Cervantes.
PS. Gli spagnoli dicono Lepànto con l’accento sulla a, com’era uso fare anche mio padre Sergio, storico; a differenza di noi italiani, che preferiamo la dizione Lèpanto. Interessante farci caso.

Michele Anselmi