L’angolo di Michele Anselmi
Non avevo mai visto “Mai dire mai”, ovvero “Never Say Never Again”, in versione originale, con Sean Connery che parla il suo ruvido e meraviglioso inglese di conio scozzese, così diverso, nei toni espressivi, dal doppiaggio pure apprezzabile di Pino Locchi, a lungo voce ufficiale italiana dell’attore scomparso nel 2020. Lo danno su Netflix, e così ho voluto misurare l’effetto che mi avrebbe fatto.
Connery aveva già 53 anni nel 1983 e da dodici, mi pare, aveva detto addio a James Bond, dopo il deludente “Una cascata di diamanti”. Si prese lo sfizio di tornare 007 contro tutto e tutti, specialmente contro la ditta Saltzman & Broccoli, dovendo così rinunciare alla celebre sigla musicale/grafica, agli attori della serie, ai romanzi ufficiali di Fleming; l’unica storia disponibile, per una questione di diritti, era quella già raccontata in “Thunderball – Operazione Tuono” del 1965, e così si lavorò su quella per un apocrifo remake diretto da Irvin Kershner, noto per aver diretto il secondo “Guerre stellari” tre anni prima.
Parrucchino appena ingrigito, energica cura dimagrante e molta palestra per tornare in forma fisica, un continuo riferimento alla dieta con qualche ironica sottolineatura politica (i “radicali liberi” da eliminare dal corpo come tossine perniciose), Connery beccò oltre 3 milioni e mezzo di dollari più un’ampia percentuale sugli incassi per rifare sé stesso in una chiave più grintosa e sessualmente ardita (si fa per dire) rispetto al “collega” mollaccione Roger Moore.
Nel rivedere il film, lungo 134 minuti, si coglie certo la differenza rispetto all’originale. Per dire: il feroce Largo del nostro Adolfo Celi con benda sull’occhio azzerava il flessuoso Largo di Klaus Maria Brandauer, peraltro ottimo attore ungherese diventato una celebrità internazionale con “Mephisto”, mentre la sicaria Luciana Paluzzi e la tormentata Claudine Auger furono sostituite dalla modella Barbara Carrera e dalla quasi sconosciuta Kim Basinger.
Dopo un po’, anche a causa delle ironie non sempre azzeccate, ma la scena del tango con Dominò/Basinger non è affatto male, mi sono stufato, forse ho dormicchiato un po’, in attesa dello showdown sott’acqua girato al risparmio, senza l’arrivo dal cielo di centinaia di subacquei britannici in muta rossa destinati a sconfiggere i subacquei della Spectre in muta nera.
Di lì a poco, nel 1987, anche Roger Moore sarebbe andato in pensione, per lasciare il posto all’energico Timothy Dalton di “Zona pericolo”, ma pure lui durò poco: solo due episodi. Andò meglio a Pierce Brosnan e Daniel Craig, quattro a testa se non sbaglio.
Ma c’è un altro motivo, tutto personale, che mi ha spinto a riassaporare “Mai dire mai”. L’avevo visto per “l’Unità”, in un’anteprima stampa di tipo promozionale, nel dicembre del 1983, nonostante l’uscita fosse prevista per la fine di gennaio del 1984. In quei giorni sotto Natale mio padre Sergio, appena sessantenne, fu operato al cuore per inserire un quadruplice by-pass e tutto si complicò tragicamente, fino a farci preparare al peggio (ricordo che fu operato di nuovo nella mattina del 25 dicembre, per un’ulcera allo stomaco che lo stava dissanguando).
Invece, miracolosamente, papà si riprese, e così all’ospedale cardiologico di Ancona cominciai a parlargli di questo curioso ritorno di Connery nel ruolo dell’agente segreto britannico. Molti dei primi film li avevamo visti insieme a Senigallia, non che fosse un gran tifoso di 007 ma in fondo si divertiva, amando il caviale, la vodka e il foie gras (tutte cose che facevano male al cuore), e avendo lui fatto l’interprete per l’Ottava armata britannica, nelle Marche, verso la fine della Seconda guerra mondiale.
La ripresa fisica nel suo caso fu molto lunga, ci vollero mesi perché tornasse a una vita abbastanza normale. Non so se papà abbia mai visto “Mai dire mai”, magari in televisione anni dopo. Ma so che in inglese gli sarebbe certamente piaciuto di più.
Michele Anselmi