In “Lee Van Cleef. Il migliore dei cattivi”, pubblicato alla fine del 2025 per l’editore Le piccole pagine, Massimo Moscati analizza profondamente l’impatto di Van Cleef in una carriera di rara forza iconica. Ne abbiamo parlato con Massimo.

Prima dell’incontro con Sergio Leone, Lee Van Cleef sembrava relegato a ruoli minori a causa dei suoi lineamenti così marcati. In che modo lo “sguardo” di Lee Van Cleef ha ridefinito il concetto di antagonista nel cinema d’azione moderno, trasformando quello che era un limite fisico nel suo più grande punto di forza?

Massimo Moscati: Lo “sguardo” di Lee Van Cleef è stato il vero elemento rivoluzionario, più ancora della sua fisionomia nel suo insieme. Prima di Leone, Hollywood leggeva quei tratti affilati come un problema: occhi infossati, zigomi taglienti, un volto che non concedeva empatia immediata. Era un cinema che chiedeva al cattivo di essere riconoscibile, sì, ma anche funzionale, sacrificabile, spesso caricaturale. Van Cleef veniva quindi utilizzato come presenza laterale, quasi decorativa, un volto utile a segnalare il pericolo ma non a incarnarlo fino in fondo.
Con Sergio Leone avviene una mutazione decisiva: lo sguardo di Van Cleef non è più un accessorio del personaggio, diventa il personaggio. Quegli occhi stretti e penetranti smettono di “recitare” nel senso classico e cominciano a osservare, a misurare il mondo. Leone capisce che in quello sguardo c’è una sospensione morale inquietante: non odio, non rabbia, ma una calma glaciale. È lo sguardo di chi ha già accettato la violenza come parte dell’ordine naturale delle cose. Ed è qui che l’antagonista cambia statuto.
Fino ad allora il cattivo era spesso definito dall’eccesso: gesti ampi, risate sguaiate, verbosità. Van Cleef introduce l’opposto: sottrazione, immobilità, silenzio. Il suo sguardo non “minaccia”, giudica. Non reagisce, anticipa. In questo senso trasforma il limite fisico in una forza drammaturgica potentissima: quel volto che sembrava inadatto alla gamma emotiva diventa una maschera tragica, quasi arcaica, capace di evocare destino più che conflitto.
L’eredità sul cinema d’azione moderno è profonda. L’antagonista contemporaneo – dal killer professionista al villain minimalista, lucido, calcolatore – deve molto a Van Cleef. La paura non nasce più dall’aggressività esplicita, ma dalla leggibilità zero dello sguardo. Quando non riesci a capire cosa pensa il tuo avversario, quando i suoi occhi non ti restituiscono un’emozione riconoscibile, allora il pericolo diventa assoluto.
Van Cleef, paradossalmente, ha umanizzato il cattivo proprio togliendogli l’espressività convenzionale. Lo ha reso una presenza mentale prima ancora che fisica. Ed è per questo che il suo sguardo non appartiene solo al western all’italiana, ma attraversa il cinema d’azione fino a oggi: perché ha insegnato che l’antagonista più efficace non è quello che urla più forte, ma quello che guarda meno e vede di più.

Descrivi Van Cleef come un uomo molto diverso dai personaggi spietati che interpretava (spesso descritto come gentile, dedito alla pittura e alla famiglia). Qual è stata la sfida più grande nel documentare il contrasto tra la sua natura privata e la “maschera” del cattivo per eccellenza che il pubblico mondiale ha imparato ad amare?

M.M.: La sfida più grande è stata evitare due trappole opposte ma ugualmente fuorvianti: da un lato la mitizzazione rassicurante dell’uomo “buono” nascosto dietro il cattivo, dall’altro la tentazione di separare in modo netto, quasi schizofrenico, l’uomo Lee Van Cleef dai personaggi che lo hanno reso immortale. Il rischio era quello di costruire un contrasto troppo didascalico, consolatorio, che finisse per impoverire entrambi.
Van Cleef, nella vita privata, era davvero lontanissimo dall’immaginario di spietatezza che portava sullo schermo: un uomo gentile, riservato, ironico, profondamente legato alla famiglia, con una passione autentica per la pittura e per le forme di espressione silenziose. Ma documentare questo aspetto senza trasformarlo in un semplice “controcampo morale” è stato complesso. Il problema non era dimostrare che fosse diverso dai suoi personaggi — questo è relativamente facile, grazie a testimonianze, interviste, ricordi — bensì spiegare come quelle due dimensioni non si annullassero a vicenda.
La vera difficoltà è stata far capire che la “maschera” del cattivo non era una menzogna, ma una costruzione consapevole. Van Cleef non interpretava la crudeltà per esorcizzarla, né per compiacerla: la scolpiva, la rendeva astratta, quasi formale. La sua indole pacata, il suo amore per la pittura, per la composizione e per l’equilibrio visivo, entravano direttamente nel modo in cui costruiva i suoi antagonisti. Quei personaggi così misurati, così controllati, così poco isterici nascono proprio da una mente che rifugge il caos.
Un’altra sfida è stata quella dello sguardo pubblico. Il pubblico ama l’idea che il “cattivo per eccellenza” coincida, almeno un po’, con l’uomo reale. Scoprire che Van Cleef era l’opposto rischia di deludere, di togliere fascino. Il lavoro critico sta invece nel ribaltare questa percezione: è proprio perché era un uomo mite, riflessivo, capace di osservare e di ascoltare, che riusciva a incarnare una violenza così inquietante. Non la viveva, la capiva.
In definitiva, il contrasto non andava raccontato come una frattura, ma come una tensione creativa. Van Cleef non indossava una maschera per nascondersi: la indossava per trasformarsi. Ed è forse questa la lezione più profonda che emerge dal suo percorso umano e artistico: i cattivi che abbiamo amato non nascono dall’oscurità dell’attore, ma dalla sua disciplina, dalla sua sensibilità e da una lucidissima consapevolezza del potere dell’immagine.

Si dice spesso che, senza Van Cleef, il successo di film come “Per qualche dollaro in più” o “Il buono, il brutto, il cattivo” non sarebbe stato lo stesso. Secondo le tue ricerche, quanto c’è di farina del sacco dell’attore nella costruzione dell’iconografia del “Colonnello Mortimer”? È stato lui a dare dignità e spessore intellettuale al ruolo del bounty hunter?

M.M.: Gran parte dell’iconografia e della forza del Colonnello Mortimer nasce dall’incontro tra l’idea di Leone e la personalità di Lee Van Cleef, ma è l’attore a darle forma definitiva. Van Cleef non si limita a interpretare il ruolo: lo disciplina, lo misura, lo rende mentale prima che fisico. La postura controllata, l’uso dello sguardo come strumento narrativo e la capacità di riempire i silenzi con pensiero e memoria sono elementi che non erano pienamente scritti, ma emersi sul set.
È in questo apporto che Mortimer acquista dignità e spessore intellettuale: non un semplice bounty hunter, ma un uomo con un codice, una strategia e un dolore trattenuto. Leone costruisce il mito, ma Van Cleef gli dà credibilità e profondità, trasformando una figura potenzialmente schematica in un archetipo moderno dell’antagonista lucido e riflessivo. Senza di lui, quei film sarebbero rimasti grandi western; con lui, sono diventati leggenda.

Il titolo del tuo libro lo definisce “il migliore dei cattivi”. Cosa rendeva Van Cleef superiore o diverso rispetto ad altri “villain” dell’epoca, come Jack Palance o Gian Maria Volonté? Era una questione di pura presenza scenica o di una particolare economia recitativa che hai riscontrato analizzando la sua filmografia?

M.M.: Van Cleef non è mai un villain che gode del male che compie. Nei suoi personaggi non c’è compiacimento, non c’è crudeltà esibita, non c’è piacere nel dominare l’altro. Anche quando uccide, lo fa con una sorta di necessità fredda, quasi professionale. Questa assenza di sadismo introduce una qualità morale ambigua ma riconoscibile: i suoi cattivi sembrano regolati da un codice, da un ordine interiore che li rende, appunto, “buoni” nel senso di coerenti, misurati, mai gratuiti.
Palance e Volonté lavorano invece su un’energia più aggressiva o destabilizzante. I loro villain sono spesso eccessivi, disturbanti, magnetici proprio perché fuori controllo o sull’orlo dell’esplosione. Van Cleef sceglie l’opposto: l’economia assoluta. Riduce il gesto, spegne l’enfasi, elimina il superfluo. È una forma di “bontà” recitativa che nasce dal rispetto per lo spettatore e per il personaggio: non manipola, non forza, non chiede di essere amato o temuto.
Analizzando la sua filmografia, emerge che questa bontà non è debolezza, ma etica della misura. I suoi cattivi non sono mostri, sono uomini che hanno accettato una funzione nel mondo. Ed è proprio questa accettazione, questa calma priva di odio, a renderli più umani e, paradossalmente, più inquietanti. Van Cleef non rende il male seducente: lo rende comprensibile.
Per questo “il migliore dei cattivi” significa, nel suo caso, il più giusto, il più pulito, il meno corrotto dalla cattiveria stessa. Un antagonista che non sporca la scena con l’eccesso, ma la attraversa con dignità. E che proprio per questo resta impresso più a lungo di molti villain più rumorosi.