L’angolo di Michele Anselmi 

Si va a vedere “Megalopolis”, il nuovo e tribolato film dell’85enne Francis Ford Coppola, con una certa apprensione. Il suo precedente, “Twixt”, risale al 2011, e nessuno se lo ricorda. Nel frattempo il regista del “Padrino” ha dovuto faticare non poco, tirando fuori di tasca sua 120 milioni di dollari, per coronare questo sogno senile, benché nato, così ho letto, durante le riprese di “Apocalypse Now”, cioè nel 1978.
Passato in concorso a Cannes senza lasciare traccia ma tra cinefile esaltazioni, “Megalopolis” approda ora in Italia: stasera, lunedì 14, l’anteprima italiana legata alla Festa di Roma e alla rassegna Alice nella città, domani festeggiamenti vari e incontri del regista con le autorità, poi da mercoledì 16 il film sarà nelle sale targato Eagle Pictures.
L’apprensione di cui parlavo era giustificata o meno? Un po’ sì, nel senso che “Megalopolis”, presentato come “una favola”, è una specie di Ufo, un film di fantascienza prossima ventura che pesca nell’autobiografia del regista, un’allegoria sul declino dell’Impero americano che tuttavia inclina alla speranza collettiva (tra buona ecologia e Giardini dell’Eden). Insieme al figlio Roman, Coppola ha scritto una sceneggiatura pomposa e barocca, fitta di citazioni scespiriane, che ogni tanto si perde per le strade e i grattacieli dell’immaginaria New Rome, diciamo una New York vista come proiezione dell’antica Roma.
“Quando cade un impero? Cade quando i suoi cittadini non gli credono più” sentiamo dire all’inizio della storia. In effetti, si respira un’atmosfera di viziosa decadenza in questa metropoli dedita solo a soddisfare piaceri sessuali e cupidigia di potere. Mi pare che sia rimasto poco del punto di partenza: quel “De Catilinae coniuratione” che Gaio Sallustio Crispo scrisse tra il 43 e il 40 avanti Cristo per raccontare la congiura ordita da Lucio Sergio Catilina, vent’anni prima, nel tentativo, rivelatosi poi fallimentare e costatogli la vita, di sovvertire l’ordinamento repubblicano a Roma.
Nella riscrittura moderna di Coppola, il “congiurato” si chiama ora Cesar Catilina, forse assumendo in sé anche un po’ del personaggio storico di Cesare, ed è un visionario imprenditore edile che ha inventato un materiale da costruzione rivoluzionario, a suo modo “organico”, chiamato Megalon. Lo scetticismo regna sovrano in città, tutti gli danno del pazzo, specialmente il sindaco uscente Franklyn Cicero che sta perdendo consensi elettorali, ma il costruttore sa che il futuro di New Rome e del mondo risiede in quel miracoloso impasto di cellule e sogni.
Nella prima sequenza, che ne ricorda una dei fratelli Coen, vediamo Catilina affacciarsi su New Rome dalla cima dell’Empire State Building, uscendo da una finestrella: forse vuole uccidersi o forse solo vedere se è ancora capace di fermare il tempo, bloccando l’immagine e riavvolgendo il nastro degli eventi.
Nel corso dei 138 minuti, Coppola si diverte a mischiare passato, presente a futuro, immergendo New Rome in un cromatismo tra arancione e fiammeggiante, da fine del mondo non troppo lontana. I potenti adottano pettinature in stile antica Roma, le donne indossano calzari sensuali, ogni tanto appaiono delle tuniche senatoriali, anche se Catilina, essendo snob, gira su una vecchia Citroën Ds, simile a quella di Fantomas.
Se il sesso è usato spudoratamente dalle donne per acquisire potere e influenza, gli uomini non sono da meno per cinismo e ferocia; e nemmeno in famiglia Catilina non può dirsi al sicuro. A un certo punto echeggia il celebre motto “Sic semper tyrannis”, lo stesso pronunciato da Bruto quando assassinò Giulio Cesare e tanti secoli dopo dall’attore sudista John Wilkes Booth quando sparò in teatro al presidente Lincoln.
La trama è esile, qua e là incespicante, specie nella prima parte si fatica a credere all’affresco coppoliano, anche per via di qualche caduta nel ridicolo involontario (facce, citazioni, situazioni, snodi); nella seconda parte, invece, il film trova una più densa compiutezza, o forse si fa pace con il clima generale del racconto e si apprezzano i riferimenti neanche sottotraccia: Catilina un po’ come Coppola, un visionario che non intende rinunciare, nonostante le sconfitte subite, al suo Grande Disegno; allusioni a Elon Musk, Donald Trump, ai disordini di Capitol Hill, insomma a un’America divisa, prossima a una nuova guerra civile.
Ma “Megalopolis” è anche un film un po’ all’antica, sul piano degli effetti speciali in stile “green screen”, e vai a sapere se sia stata una scelta estetica del regista o un ripiego per mancanza di soldi. In questo ha ragione il collega Alberto Crespi quando scrive che “è un film visivamente inferiore alla fantasia del suo creatore”. L’affollato cast punta sullo spilungone Adam Driver per il ruolo di Catilina, circondato da vecchie glorie come Jon Voight, Dustin Hoffman, Talia Shire, Laurence Fishburne, Kathryn Hunter e volti più nuovi come Nathalie Emmanuel, Shia LaBeouf, Giancarlo Esposito e Aubrey Plaza, per me la migliore in campo.
Mentre scrivo queste righe mi viene però da pensare che “Megalopolis” custodisca, a suo modo, un’idea interessante, forse in linea con l’età avanzata del regista: fare in modo che l’allarmante “distopia” insita nella vicenda narrata si trasformi, via via, in una sorta di calda “utopia”. Benedetto lieto fine.

Michele Anselmi