L’angolo di Michele Anselmi
Un disagio crescente, quasi un malessere torcibudella, tale da non farti stare volentieri seduto, come da dover cambiare continuamente posizione: eppure sono rimasto inchiodato alla sedia. Questo m’è successo stasera vedendo “La zona d’interesse”, l’ormai famoso film che l’inglese Jonathan Glazer ha tratto dal romanzo del connazionale Martin Amis. Come molti sanno, si parla di Auschwitz, ma in un modo del tutto inedito, originale, forse nell’unico modo possibile: senza mostrare direttamente lo sterminio degli ebrei, rinunciando cioè al solito armamentario di comparse scheletriche, divise a righe, orchestrine, cani rabbiosi, torture e uccisioni, meste file verso le “docce”, eccetera, ma consegnandoti sotto la pelle tutta la disumana violenza di quell’inferno concentrazionario.
Il film esce il 22 febbraio con I Wonder Pictures e ci sarà modo di parlarne dettagliatamente a ridosso dell’approdo nelle sale. Però, tornando a casa dopo un’anteprima romana per la stampa (c’era anche Paolo Mieli in sala), ho provato a capire il senso di quel disagio sopra evocato, senza ridurne il peso, via via mettendo a fuoco il valore speciale di “La zona d’interesse”, non per niente candidato a ben cinque premi Oscar.
“Zona d’interesse” era il gelido eufemismo usato dalle SS per denominare Auschwitz. Non sorprende, quindi, che le povere e innocenti persone destinate ad essere gasate e incenerite fossero chiamate “carico”, come si fa con le merci, per cancellarne la natura umana.
Ho sempre pensato, anche dopo “Schindler’s List” o “La vita è bella”, che il campo di sterminio non fosse “rappresentabile” al cinema, perché anche il realismo più preciso e documentato non riuscirà mai – e dico mai – a restituire l’abominio sistematico e “amministrativo” messo in atto dai nazisti. Per questo, comunque la si pensi sul conflitto israelo-palestinese, bisognerebbe evitare di usare la parola “genocidio” a proposito di quanto, pur nella tragedia fonda che colpisce tanti civili inermi, sta avvenendo a Gaza.
Forse solo “Il figlio di Saul” (2015) dell’ungherese László Nemes ha saputo inventare un modo eticamente/esteticamente accettabile per raccontare la “vita” nei lager, restringendo l’occhio della cinepresa, in modo da tagliare via il contesto, al solo protagonista, ovvero il prigioniero ebreo-ungherese Saul Ausländer impiegato dai nazisti nelle nelle camere a gas di Auschwitz, forse intorpidito dalle atrocità quotidiane alle quali assiste, sapendo che anche per lui il destino è segnato.
La stessa, terribile, fabbrica di morte che in “La zona d’interesse” viene vista in una prospettiva opposta: quella della villetta, subito all’esterno del campo, dove vive con la moglie, i cinque figli e la servitù il famigerato comandante Rudolf Höss. Proprio lì, dentro il “suo” lager, il criminale di guerra quarantacinquenne morirà impiccato nell’ottobre 1947, dopo regolare processo.
Nel corso dei 105 minuti nulla vediamo nulla di Auschwitz, ma la sostanza atroce del genocidio arriva allo spettatore attraverso l’esistenza placida, a suo modo “normale”, della famigliola nazista, neanche troppo disturbata dai rumori che arrivano: grida, spari, latrati di cani, treni, clangori, invocazioni di pietà, ordini feroci del tipo “Annegate quel bambino nel fiume, ha litigato per una mela”.
Nelle stanze della linda casetta le donne tedesche si spartiscono i vestiti migliori delle signore ebree appena gasate, anche una sontuosa pelliccia che molto piace alla moglie del comandante, mentre i bambini giocano nella serra o fanno il bagno nella piscina. “Stiamo vivendo come abbiamo sempre sognato, questo è il nostro spazio vitale” fa lei al marito, il quale, grazie all’efficienza dimostrata nello sterminare e liberarsi dei corpi, sta per fronteggiare, dopo una parentesi a Berlino, l’incarico più gravoso: l’arrivo da Budapest di 700 mila ebrei ungheresi.
Introdotto e chiuso da un insistito fondale nero, il film non ha colonna sonora, echeggiano solo suoni gravi, sordi e minacciosi, tutti i personaggi sono ripresi da media distanza, a camera fissa, evitando campi e controcampi dei visi, ovvero il montaggio classico da film americano. Questa scelta espressiva, magari faticosa per alcuni spettatori, offre la giusta prospettiva visiva e morale al racconto, agghiacciante perché privo di ogni enfasi, anche nel ricostruire dettagli “tecnici” su come sveltire il ricambio nelle camere a gas e lo smaltimento dei cadaveri, benché il passare dei mesi – siamo tra il 1943 e il 1944 – renda sempre più irrespirabile il clima casalingo. Qualcuno, benché antisemita, sceglierà pure di andarsene per sottrarsi a quell’enorme ipocrisia o forse solo all’imbarazzo.
C’è una gran invenzione di cinema nel finale, anzi sono due le intuizioni di regia, da non svelare. Perché coronano un film angosciante, complesso, a suo modo bellissimo, specie nella versione in tedesco sottotitolata, dal quale si esce con un magone ragionante, pure con la sensazione che nulla sia paragonabile a quanto si consumò in quei luoghi di lucida efferatezza per volontà di Hitler e dei suoi solerti esecutori.
Michele Anselmi