L’angolo di Michele Anselmi

Mi auguro che quando uscirà nelle sale, il 6 dicembre prossimo, “The Return” diventi “Il ritorno”: poco senso avrebbe lasciare un titolo in inglese per un film doppiato in italiano e ambientata a Itaca, sì quella di Ulisse (Odisseo, se preferite), nel XIII secolo avanti Cristo. Intanto “The Return” è sbarcato alla Festa di Roma oggi pomeriggio, dopo l’anteprima mondiale a Toronto di qualche mese fa. Sarò isolato, ma a me non dispiace affatto questa variazione sul tema omerico allestita dal regista italo-britannico Uberto Pasolini, quello di “Still Life” e “Nowhere Special – Una storia d’amore”.
Tra cinema e tv, Ulisse ha ricevuto parecchie incarnazioni: penso a Kirk Douglas, Bekim Fehmiu, Luigi Mezzanotte, Armand Assante, Alessio Boni, solo per dirne alcuni. Il 61enne Ralph Fiennes non sfigura affatto in questa versione più realistica e “barbarica”, spogliandosi del tutto di una certa eleganza all british. Sporco, lacero, magro ma ancora vigoroso, ricoperto di cicatrici, capelli lunghi e barba incolta, il suo Ulisse appare svenuto in riva al mare, nudo, miracolosamente sopravvissuto al naufragio.
A Itaca, vent’anni dopo, nessuno crede al suo ritorno, neanche il figlio Telemaco. I Proci bivaccano nell’austera reggia turrita affamando i contadini, Penelope di giorno tesse la tela che di notte disfa come vuole la tradizione, mentre lo scaltro Antinoo sembra essere il più risoluto nell’intenzione di sposare la presunta vedova per diventare nuovo re.
La fine è nota, quindi non vale la pena di offrir tanti dettagli; ma Pasolini, nell’allontanarsi dalle sue storie contemporanee per immergersi nel mito greco, compie un’operazione a mio avviso interessante: usa quel racconto epico, di ragionata vendetta, per dirci i guasti prodotti dalla guerra, ogni guerra, mentali e fisici.
“Non avresti amato l’uomo che sono diventato” confessa infatti Ulisse all’amata Penelope, quasi vergognandosi di presentarsi così: non per l’aspetto dimesso (s’è travestito da mendicante per non farsi riconoscere), semmai per il dolore acuto che si porta dentro, il senso di sconfitta, il ricordo dei troppi soldati morti in guerra a causa sua.
Coprodotto con Picomedia, “The Return” è stato girato a Corfù e nel Peloponneso con qualche digressione italiana, alla ricerca di un paesaggio agreste a suo modo fosco, in linea con gli eventi sanguinosi. Pasolini sembra muoversi, sto schematizzando, tra Mel Gibson e Roberto Rossellini, tra ferocia e antropologia, rispettando alcuni passaggi-chiave della storia: il cane Argo che spira dopo aver atteso per anni il padrone, il famoso arco che nessuno riesce ad armare se non Ulisse. Ma certo bisogna farsi prendere dal clima generale del racconto, senza rimpiangere gli sceneggiati del tempo che fu, neppure quello “storico” di Franco Rossi del 1968 con il poeta Giuseppe Ungaretti che leggeva.
Come si diceva, Fiennes fa del suo Ulisse un guerriero acciaccato e dubbioso, benché ancora pronto all’azione per riprendersi quanto gli spetta, mentre nel resto del cast s’impongono Juliette Binoche, Charlie Plummer, Marwan Kenzari, Angela Molina e il nostro Claudio Santamaria, rispettivamente nei ruoli di Penelope, Telemaco, Antinoo, Euriclea e il porcaro Eumeo. In originale tutti recitano in inglese, ma non poteva essere altrimenti. La musica di Rachel Portman introduce un tono solenne, a tratti etnico, non retorico, intonato alla tragica vicenda senza tempo.

Michele Anselmi