L’angolo di Michele Anselmi
Non essendo abbonato a Prime Video (Amazon), ho visto solo ieri sera, grazie ad un’amica, il film di cui tutti parlano, cioè “Saltburn” di Emerald Fennell, l’attrice e regista oggi 38enne che s’era fatta conoscere con “Una donna promettente”, già Oscar per la migliore sceneggiatura. Leggo alcuni commenti al vetriolo sul film che la piattaforma sta programmando dal 22 dicembre, e posso anche capire perché: se lo prendi storto, “Saltburn” rischia di apparire davvero una scemenza all british. Tuttavia, dopo aver pensato anch’io che “Teorema” di Pasolini, 1968, resti tra le fonti magari remote di ispirazione, confesso che “Saltburn” non mi ha così irritato, anzi l’ho visto fino alla fine del 131 minuti, avendo in buona misura capito per tempo dove la storia stesse andando a parare (sarà perché ho valutato sceneggiature per anni e annuso subito).
L’arrampicata sociale del giovane Oliver Quick, incarnato dall’inquietante Barry Keoghan, è raccontata secondo i modi di un apologo morale, fosco e sensuale, dalle connotazioni perverse e classiste, che parte dal mondo universitario di Oxford per approdare, appunto, alla lussuosa tenuta inglese di Saltburn, una sorta di pomposo Xanadù, che diventa terreno di caccia per il presunto proletario, scaltro, basso e muscoloso, forse bisessuale, introdotto in quel gaudente mondo di aristocratici ricchi ed eccentrici, belli e alti, annoiati e fresconi.
Il sesso è molto evocato, più che mostrato, anche in chiave feticistica, pure nei suoi aspetti biologici per alcuni forse respingenti, intendo sperma e mestruo; ma direi che lo sguardo della regista sia solo finalizzato a precisare il mix di attrazione e cinismo attraverso il quale Oliver si farà strada, tra bugie e intoppi, in quel Palazzo dei Sogni. Come un tarlo capace di rosicchiare e infine sbriciolare le residue difese di quella nobile famiglia logorata dagli agi, ormai esangue nonostante l’esibito fasto, a suo modo vampiresco (ma c’è sempre qualcuno dai denti più aguzzi in cerca di sangue fresco).
In effetti, vedendo “Saltburn”, mi sono trovato qua e là a pensare che fosse una disinvolta puttanata, tuttavia sono rimasto davanti al televisore, appena dormicchiando nella seconda parte, chiedendomi fin dove questo novello Tom Ripley, dal talento innegabile, si sarebbe spinto nel suo diabolico piano di conquista. Perfino la celebre scena dell’amplesso mimato, sulla tomba appena ricoperta di terra, ripresa a tempo reale e a culo nudo, tutto di lato col cielo plumbeo sullo sfondo, a suo modo funziona, sempre che non ti venga da ridere.
Di sicuro il direttore della fotografia Linus Sandgren, svedese, ha fatto un gran lavoro, immergendo tutto il film in un’elegante luce naturale, sia negli oscuri interni oxoniani sia negli abbacinanti esterni della tenuta di canmpagna, come se assistessimo a un feuilleton ottocentesco con qualche digressione pseudo-shakespeariana: anche se siamo nel 2006, con un epilogo anni dopo, forse in epoca Covid.
Ho letto alcune recensioni talmente infarcite di citazioni colte/cinefile da farmi passare la voglia di andare avanti. La migliore mi sembra quella dell’americano David Fear, apparsa sull’edizione italiana di “Rolling Stone”, che trovate qui.
Michele Anselmi