L’angolo di Michele Anselmi

Domanda forse più metafisica che filosofica: “Due ombre che si sovrappongono sono più scure”? Vai a saperlo. La questione è dibattuta, in una maniera insieme struggente e scherzosa, nel sottofinale di “Perfect Days”, il nuovo film di Wim Wenders che esce il 4 gennaio con Lucky Red. Il 78enne cineasta tedesco non firmava un lungometraggio di finzione dal 2017, l’anno di “Submergence”, e bisogna dire che la lunga parentesi gli ha fatto bene. Girato tutto a Tokyo e scritto insieme al collega Takuma Takasaki, “Perfect Days” prende il titolo dalla bella canzone di Lou Reed del 1972 che certo riecheggia, ben due volte, pluralizzando i giorni in questione.
È un film malinconico, saggio, stoico, forse senile ma non deprimente, che sembra trapiantare in Giappone una sorta di alter-ego del cineasta: come se Wenders, magari mi sbaglio, si sentisse, spiritualmente, vicino al sessantenne Hirayama incarnato benissimo da Kōji Yakusho, non a caso premiato a Cannes 2023 come migliore attore protagonista.
L’uomo, dai baffetti curati e dai capelli folti, dorme ogni notte su un futon che la mattina ripiega con grazia tutta giapponese. Poi, dopo essersi lavato e aver innaffiato le sue piantine, indossa la tuta con la scritta “The Tokyo Toilet”, carica gli attrezzi da lavoro sul furgoncino e raggiunge i bagni pubblici da ripulire. Lo fa con scrupolo metodico, anche con energia armoniosa, sapendo di svolgere un lavoro utile (non siamo in Italia).
Il film pedina Hirayama rispettando la routine giornaliera di quel lavoro umile, tuttavia accettato, sembrerebbe, con gratitudine. Non sappiamo le sue origini, ma forse l’uomo è stato benestante, di sicuro vive in un mondo “analogico”: scatta fotografie in bianco e nero con la macchinetta a rullini, le sue canzoni preferite sono raccolte in consumate audiocassette (The Animals, Van Morrison, The Rolling Stones, Nina Simone, Otis Redding…), legge vecchi romanzi americani (William Faulkner e Patricia Highsmith). Più o meno le cose che piacciono a Wenders.
Consiglio di entrare in “Perfect Days” senza scalpitare, lasciandosi adottare dal ritmo lieve e meditabondo, anche se via via l’esistenza quieta dell’uomo viene “sconvolta” da qualche presenza: un giovane collega sfaccendato, una ragazza bionda che lo bacia, un senzatetto stravagante, una signora che gestisce un ristorante e ogni tanto canta per lui, la nipote scappata dalla madre che si materializza sulle scale di casa, una misteriosa partita a tris tramite foglietti… L’uomo sarà davvero così felice e risolto come sembra? Possibile che non ci sia nessuna ombra a incupirlo?
Wenders gira un film dallo sguardo geometrico, ben illuminato da Franz Lustig, usando le canzoni, da “The House of the Rising Sun” a “Feeling Good” passando appunto per “Perfect Day” e altre, in una chiave diegetica, nel senso che sono parte del corredo sonoro, insomma fuoriescono, formalmente, dalle sequenze.
Un senso contemplativo dell’esistenza emana dal ritratto di quest’uomo composto e soave, il cui sorriso sembra infine aprirsi al futuro, pur nel tramestio dei sentimenti, mentre Nina Simone canta all’alba di un nuovo giorno “It’s a new dawn / it’s a new day / it’s new life / for me” / And I’m feeling good”.
PS. Naturalmente se lo trovate nella versione originale giapponese con sottotitoli tutto suona meglio rispetto a quella doppiata in italiano.

Michele Anselmi