L’angolo di Michele Anselmi
“Voglio vincere, non voglio trovare accordi”. Oppure: “Mai sottovalutare. Mai sopravvalutare. Dell’ironia sempre fare”. E ancora: “A noi piace più la burrasca della bonaccia”. E infine: “Il capitalismo è lo strumento di un bene comune: deve produrre lavoro, non solo profitti”. Così parla il Raul Gardini incarnato da Fabrizio Bentivoglio, con la coppola in testa, senza il famoso occhio semichiuso ma con il neo sulla fronte, nel cine-ritratto, oggi s’usa dire “docudrama”, che va in onda domenica sera su Raiuno, attorno alle 21.25. Immagino che queste frasi siano state pronunciate davvero da Gardini, avendo gli sceneggiatori, ossia il regista Francesco Micciché, Denise Pardo e Giovanni Filippetti, operato un denso lavoro di ricerca, in modo da non esporsi a contestazioni.
Poi, certo, “Raul Gardini”, nei suoi cento minuti, offre un punto di vista preciso sulla complessa personalità di questo capitano d’industria romagnolo (psicologia, carriera, vela, scalate, successi e sconfitte, famiglia…); solo qua e là il tono suona agiografico, forse a causa della musica eccessiva, ma è pur vero che trattasi di un film da prima serata, prodotto da Giannandrea Pecorelli con Rai Fiction, non di un’inchiesta giornalistica. Insomma, molto conta “il fattore umano” nel racconto degli ultimi tre anni di vita dell’audace imprenditore ravennate, detto “il Corsaro”, morto suicida il 23 luglio del 1993, con un colpo di pistola, prima di essere interrogato da Antonio Di Pietro a Milano. Succedeva esattamente tre decenni fa.
Gardini aveva compiuto sessant’anni poco più di un mese prima, e certo temeva che il tosto pm molisano non avrebbe rispettato l’accordo in base al quale gli veniva risparmiato il carcere in cambio di una confessione piena. Ma l’uomo, che solo pochi anni prima aveva detto di sé “La chimica italiana sono io”, si sentiva ormai fragile, esposto. Protesta: “Carlo Sama e Sergio Cusani non mi danno gli elementi utili per difendermi”, cioè le carte necessarie a provare la sua innocenza in materia di maxi-tangenti date ai politici. Vero? Falso?
Il film parte a Ravenna, è il 15 aprile del 1993. Tornando in porto dopo una mattiniera uscita in barca a vela, Gardini è atteso da una giovane giornalista, tal Maria Bertasi, una Pilar Fogliati in chiave sobria, con coda di cavallo e senza virtuosismi dialettali, che gli propone una lunga intervista in tre parti, da registrare.
Da lì, in una sorta di andirivieni temporale, tra scene recitate, interviste ad hoc (c’è anche Riccardo Muti tra i tanti) e frammenti d’archivio, si ricostruisce la densa attività imprenditoriale di Gardini, diciamo anche la sua “filosofia”. E quindi: il matrimonio con Idina Ferruzzi, la fusione industriale con la società Ferruzzi, la scalata alla Montedison, la nascita e lo scontro all’ultima azione su Enimont, l’idea di costruire plastica riciclabile e usare l’etanolo come nuovo carburante, il sogno dell’America’s Cup grazie alla rivoluzionaria barca “Il Moro di Venezia”, l’affacciarsi di Mani Pulite, il suicidio a San Vittore del suo ex nemico Gabriele Cagliari, infine la sensazione di essere diventato “troppo ingombrante” per la sua famiglia.
Essendo poco esperto del ramo, non saprei dire se la ricapitolazione dei fatti sia incontestabile; ma so di aver visto il film di Micciché con interesse, senza annoiarmi, incuriosito dall’immagine che si compone sullo schermo di questo uomo ricco e potente, così legato all’Adriatico e alla sua Ravenna, insomma un giovane patriarca uscito troppo presto di scena, forse avendo voluto troppo.
Bentivoglio restituisce dell’uomo il lato meditabondo e la visione strategica, ma soprattutto il senso di sconfitta che via via s’ispessisce in vista di quel disperato 23 luglio milanese nella sontuosa dimora di piazza Belgioioso. Fogliati incalza e non dà tregua nel ruolo della giornalista colpita dal carisma umano di Gardini ma ormai consapevole che un intero mondo sta andando in pezzi.
PS. Mi dicono che con la famiglia Ferruzzi la discussione sul copione, e non solo, si sia rivelata abbastanza complessa, per ovvi motivi.
Michele Anselmi