La Mostra di Michele Anselmi |
Miracolo: un film di 90 minuti, un’ora e mezza, semplice e conciso, senza gli sbrodolamenti oltre le due ore ai quali questa Mostra ci sta abituando (se ne duole anche il direttore Alberto Barbera). Si chiama “À pied d’oeuvre”, è francese, l’ha diretto la brava Valérie Donzelli, quella di “La guerra è dichiarata”, sta benissimo in concorso, anche nella giornata di “No Other Choice” del coreano Park Chan-wook, poi vi dirò perché.
Il titolo significa più o meno mettersi all’opera, insomma al lavoro. Che è quanto fa il protagonista della vicenda, ritagliata sull’esperienza del vero Franck Courtès (compare in una parte secondaria). Nel film si chiama Paul Marquet, è un fotografo di un certo nome, guadagna tra i 3.000 e gli 8.000 euro al mese, però non ha più voglia di fare scatti, vuole dedicarsi alla scrittura romanzesca dopo aver pubblicato un libro apprezzato dalla critica ma venduto solo in 5.000 copie (in Italia sarebbe un successo).
Il passaggio non è indolore, anzi sarà una scoperta drammatica. Con 250 euro al mese, tanto valgono i diritti d’autore, Marquet non può sopravvivere. Moglie e figli se ne sono andati in Canada, mollandolo, lui precipita nell’indigenza, facendo i lavoretti più umili, con spirito positivo, benché la piattaforma “Jobbing” spinga tutti a ridurre i compensi per ottenere un ingaggio.
Trasferitosi in un freddo seminterrato, il quarantaduenne s’arrangia come può: muratore, giardiniere, idraulico, smonta-tutto, tassista clandestino e altro ancora. Un campione della cosiddetta flessibilità. Sa di essere sfruttato, ma gli va bene così: sobrio e stoico, si fa ben volere dai clienti, non si lamenta, finisce perfino a letto con una donna matura ma entrambi preferiscono soprassedere…
Scrive Donzelli: «Questa scelta radicale e profondamente personale mi ha molto toccata. Paul si lascia alle spalle una vita agiata per dedicarsi alla scrittura, scivolando infine nella precarietà». Diciamo pure nella povertà: sono 11 milioni in Francia, come sentiamo dire.
“À pied d’oeuvre», scritto dal regista insieme a Gilles Marchand, non esisterebbe senza la prova di Bastien Bouillon, un attore davvero ricco di sfumature, capace di rendere il suo Paul Marquet un uomo coerente e non lagnoso, certo provato dagli eventi, incompreso dalla famiglia, ma deciso a mettere la parola scritta al centro della propria vita. Ci riuscirà alla fine, facendo di quella precarietà una risorsa racchiusa nella battuta: «Lavoro solo di pomeriggio, di mattina scrivo».
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Si parla di lavoro necessario anche in “No Other Choice”, nei fatti remake coreano di quel “Cacciatore di teste” che Costa-Gavras
girò nel 2005, adattando un romanzo americano di Donald E. Westlake. Essendo diretto da Park Chan-wook, il regista di “Old Boy” e “Lady Vendetta”, il film ha ricevuto caldi applausi dai festivalieri all’anteprima stampa, ma direi che 140 minuti siano comunque troppi. Però l’ultima mezz’ora è davvero bella, perché il regista 62enne, uscendo dal registro survoltato e grottesco, quasi da torva “screwball comedy”, ispessisce il racconto costruito attorno a un onesto padre di famiglia, per venticinque anni manager nella grande cartiera coreana Solar Paper e di colpo licenziato, che si ritrova quasi costretto, diciamo, a operare una scelta assai poco commendevole per salvarsi dalla miseria. Quale? Creare un posto vacante alla Moon Paper eliminando fisicamente tutti i suoi concorrenti, pure facendola franca.
Uno spiritello macabro e fortemente anticapitalista, legato a un’inattesa sensualità nel ritratto dei personaggi femminili, contraddistingue “No Other Choice”, comprato per l’Italia da Lucky Red. Nel doppiaggio molto si perderà, ma è possibile che il film, anche per lo stile esagerato e buffo che prende di mira le ristrutturazioni selvagge all’insegna dell’Intelligenza Artificiale, trovi da noi un suo pubblico di cinefili pop.
Michele Anselmi