La Mostra di Michele Anselmi | 6
Alla fine anche Luca Guadagnino, e non si direbbe un caso, s’è convertito per il nuovo “After The Hunt” all’armonioso carattere tipografico usato da Woody Allen per i suoi film. Per chi non sapesse: il Windsor Light Condensed su sfondo nero. Del resto, l’omaggio cinefilo al regista newyorkese appare subito evidente, almeno nell’incipit della storia: uno standard jazz sui titoli di testa, subito dopo una vacua chiacchierata tra professori universitari, immersa in una luce calda e pastosa, durante una festa casalinga. Scandita però dal ticchettio rumoroso e angosciante di un orologio, missato in modo da sovrastare il tutto (accade tre volte nel corso dei quasi 140 minuti, non si capisce bene perché).
La presenza della 57enne Julia Roberts, s’intende già ribattezzata “La Regina di Venezia”, ha reso più frizzante la giornata sul piano divistico, e d’altro canto Guadagnino, l’anno scorso in concorso con “Queer” e quest’anno fuori gara, ha già definito quella di Roberts nel suo film «la migliore interpretazione della sua carriera». A me francamente non pare, però l’attrice, arrivata al Lido indossando un cardigan con le facce stampate di Guadagnino, certamente ha preso sul serio questo thriller psicologico scritto dalla giovane sceneggiatrice Nora Garrett.
«Accadde a Yale» informa un cartello iniziale, ma poi l’ambientazione resta più sul generico. Certo siamo in una prestigiosa università americana, di quelle per ricchi studenti perlopiù bianchi. Capelli biondi da “dark lady”, elegante nel vestire casual, mal maritata con un coetaneo che ormai pensa solo a cucinare e ascoltare musica ad alto volume, la professoressa Alma Imhoff è un manico di scopa che incute un certo timore agli studenti. Ha una relazione con un giovane collega barbuto, Hank, e soprattutto soffre di attacchi dolorosi al ventre che le procurano conati di vomito.
Quando una studentessa nera e lesbica, Maggie, le confessa di aver subito molestie sessuali proprio da Hank, Alma consiglia un certo riserbo, insomma di non divulgare la notizia sui media, ben conoscendo la logica patriarcale e maschilista che governa l’ateneo (lei stessa attende una promozione lungamente desiderata).
Lo spettatore si chiede perché Alma sia così guardinga, pur dichiarandosi amica di Maggie, la quale però ha frugato nel bagno della prof rubando un ingiallito ritaglio di giornale in tedesco con una brutta storia dentro. Bisogna arrivare all’ultimo quarto d’ora di film per scoprire quanto nasconde la professoressa, e perché lo fa; poi l’azione viene trasportata cinque anni dopo, con altri tagli di capelli e ruoli professionali, finché non sentiamo Guadagnino che grida «Cut!», a ricordarci la finzione cinematografica che presiede al tutto.
Rispetto a “Queer”, il regista siciliano, esaurito l’omaggio a Woody Allen, imprime un tono severo, asprigno e “filosofico”, oltre che da dilemma morale, al suo racconto: in fondo tutti nascondono qualcosa, e anche la facondia erudita sfoggiata nelle conversazioni custodisce una sorta di resa dei conti intellettuale.
Si parla di «etica della virtù», di «giustizia riparativa», Alma sta leggendo “I Buddenbrook – Decadenza di una famiglia” di Mann e cita i “Minima Moralia” laddove Adorno sosteneva «Non si dà vita vera nella falsa» (il nostro Franco Fortini capovolse l’assunto, scrivendo «Non si dà vita vera, se non nella falsa»); e poi arrivano, variamente disciolti nella chiacchiera, Kierkegaard, Aristotele, Foucault, forse per farci sapere quanto ha studiato la sceneggiatrice. Però una piccola verità il film la dice: «Chi pensa solo a una cosa non invecchia mai». Alma è così determinata nel fare carriera all’interno dell’università che sembra quasi ringiovanire nel corso del tempo.
Io penso che Guadagnino, da sempre, faccia un uso sconsiderato della musica, infatti anche qui ci sono i prediletti Trent Reznor e Atticus Ross, a riempire ogni pertugio, ogni silenzio, ogni dialogo. So bene che è una scelta espressiva, non sono proprio cretino, ma un commento sonoro siffatto a mio parere è solo esornativo, rafforzativo, incongruo. Gli attori coinvolti sono certo bravi, da Julia Roberts ad Ayo Edebiri, da Andrew Garfield a Michael Stuhlberg e Chloë Sevigny; eppure io non riesco a prendere sul serio le cose che dicono, i dilemmi morali che agitano, le azioni e le reazioni. Ripenso a “Crimini e misfatti” di Allen, per dire, e questo “After The Hunt” mi suona come un sontuoso vorrei ma non posso.
Il film di Guadagnino, col titolo “After The Hunt – Dopo la caccia”, uscirà il 16 ottobre prossimo targato Sony Pictures.
Michele Anselmi