La Mostra di Michele Anselmi | 8
In esergo c’è una nota frase di Jean Cocteau che recita: «Il Vesuvio fabbrica tutte le nuvole del mondo». Da lì parte Gianfranco Rosi, documentarista creativo, già Leone d’oro al Lido nel 2013 con “Sacro GRA”, per il suo nuovo film, accolto oggi in concorso alla Mostra di Venezia. A suo modo è una variazione sul tema di “Parthenope”, ma con lo sguardo di un cineasta nato ad Asmara nel 1963 e formatosi tra Roma, New York e Parigi. Spiega: «Ho girato e vissuto per tre anni all’orizzonte del Vesuvio cercando le tracce della Storia, lo scavo del tempo, ciò che resta della vita di ogni giorno. Raccolgo le storie nelle voci di chi parla, osservo le nuvole, i fumi dei Campi Flegrei».
Suona bene, e magari “Sotto le nuvole”, nelle sale a fine settembre con Rai Cinema, troverà un suo pubblico di estimatori accaniti. A me sembra invece estetizzante e divagante nel suo smaltato bianco e nero, come se il contenitore, appunto ciò che succede nel Golfo di Napoli anche a ridosso del Vesuvio, fosse un pretesto per «assecondare l’inquadratura mentre le storie prendono vita» (parole sue).
Intendo dire che le quasi due ore di cine-racconto, frutto immagino di una meditata selezione del materiale girato nel tempo, diventano una zibaldone nel quale il paesaggio s’impone sulle persone, lo sguardo elaborato prevale sugli eventi narrati; non a caso, “Sotto le nuvole” convince – parere altamente personale – quando il documentarista mette per un attimo da parte le ambizioni d’autore e appunto descrive situazioni buffe o drammatiche, lasciando spazio alle voci e alle facce partenopee, come nel caso delle straordinarie telefonate al centralino dei Vigili del fuoco (c’è anche chi chiama solo per sapere l’ora o non capisce se gli si chiede «il civico»).
Per scelta, Rosi non interviene mai, manca una voce narrante, la suggestione deriva dal montaggio elaborato, che procede anche per contrasto ed ellissi. Per dire: ecco le riflessioni “filosofiche” di due studiosi in camice bianco che gestiscono un museo archeologico; ecco le memorie del sottosuolo legate alle gallerie scavate dai “tombaroli”; ecco due cavalli da trotto che, guidati dai rispettivi fantini, s’allenano sulla battigia; ecco un’enorme nave siriana che scarica grano ucraino (sembrano scatti di Salgado); ecco l’umanissima paura del terremoto nei Campi Flegrei; ecco gli archeologi giapponesi impegnati da vent’anni nell’area della Villa Augustea; ecco l’omaggio a “Viaggio in Italia” di Rossellini; ecco il maestro di strada che prova a istruire bambini e adolescenti; ecco il culto degli ex-voto, soprattutto i devoti che strisciano in terra nel santuario della Madonna dell’Arco; ecco le ville romane sommerse, , eccetera.
Insomma: la terra intorno al Golfo vista come un’immensa macchina del tempo, dove la corrosione convive con lo stoicismo, la degradazione con la bellezza, la rassegnazione con la fierezza. «Non si può essere felici nella città più bella del mondo» sosteneva Sorrentino in “Parthenope”, ma lui viene da lì e da lì se n’è andato per tornarci ogni tanto, facendo del suo sguardo antropologico una cifra espressiva. Rosi non pare interessato più di tanto a condurre un’indagine sulla Napoli delle persone, adotta la metafora elegante delle nuvole, anche quando sono cariche di minacce, per orchestrare quello che, alla fine, sembra più un raffinato esercizio di stile, pure sul piano fotografico e sonoro, che un’urgenza davvero sentita, incisa sulla pelle.
Michele Anselmi