La Mostra di Michele Anselmi | 9

Quanti film abbiamo visto sul dottor Frankenstein e il suo “mostro”? Solo io almeno una decina, tra parodia e fedeltà, ma pare che siano circa cento gli adattamenti dal fortunato romanzo di Mary Shelley scritto nel 1816 durate un soggiorno al lago di Ginevra. Titolo originale: “Frankenstein e il moderno Prometeo”. Non so perché Guillermo del Toro abbia voluto cimentarsi con questa ambiziosa cine-riscrittura, oggi in concorso alla Mostra, ma è anche vero che il regista messicano, ormai un’autorità a Hollywood, aveva visto giusto ripensando “Pinocchio” del nostro Collodi nel 2022.

«Questo film conclude una ricerca iniziata a sette anni, quando per la prima volta vidi il “Frankenstein” di James Whale con Boris Karloff» confessa il regista. Bisogna credergli. Perché il suo “Frankenstein”, prodotto per Netflix, reinventa con qualche accettabile libertà la pagina scritta, posticipando l’azione al 1857 e intrecciando alcuni temi classici del cinema di Del Toro: l’arroganza prometeica della scienza, la solidarietà emotiva nei confronti dei “diversi”, il romanticismo sfrenato in stile “La Bella e la Bestia”, l’orrore misto alla pietà, l’audacia femminile.

Un veliero bloccato tra i ghiacci all’estremo Nord è, come nel romanzo, il punto di partenza. Il “mostro” inferocito insegue il malridotto dottor Frankenstein fin sotto la nave: invulnerabile ai proiettili dei marinai, deciso a vendicarsi per quell’eternità non scelta, non voluta, anzi patita. Da lì si diparte il lungo flashback per poi tornare tra quei ghiacci nel finale sottolineato da una frase, emblematica, di Lord Byron: «Così il cuore si spezzerà, eppure spezzato vivrà».

Del Toro divide la narrazione in un prologo e due capitoli, il primo dei quali offre il punto di vista del Creatore, il secondo quello della Creatura. Cambia anche il tono espressivo e fotografico; a dirla tutta, io preferisco di gran lunga la seconda parte, meno truculenta e sanguinaria, avara di effetti speciali digitali. Lo so, l’incontro col vecchio contadino cieco e saggio che rovescia la minestra calda sulle gambe dell’ospite, è un classico della risata, almeno dai tempi di “Frankenstein Jr”, ma per fortuna Del Toro salta l’episodio, contenuto invece, mi pare di ricordare, nel torvo “Frankenstein di Mary Shelley” diretto da Kenneth Branagh negli anni Novanta.

Rispetto alla tradizione, lo scienziato e il “mostro” vengono ripensati dal regista, pure sul piano fisico. Victor ha lo sguardo febbricitante di Oscar Isaac, anche un suo corpo minuto e smagrito da scienziato positivista roso dall’ambizione di creare un nuovo Adamo, di dare la vita alla morte assemblando pezzi di cadaveri (impiccati, mendicanti, soldati periti in guerra); la Creatura è un omone alto quasi due metri, dai capelli lunghi, s’intende pieno di cicatrici nel corpo ma dal volto non spaventoso, che trova nell’attore australiano Jacob Elordi una rivisitazione interessante.

«Perdonare e dimenticare: questa è la vera misura della saggezza» sentiamo dire a un certo punto. Su questo approdo a una sorta di malinconica pacificazione Del Toro costruisce, mi pare, il senso ultimo del suo film. Non ho colto un particolare entusiasmo in sala tra i festivalieri, anche perché 150 minuti sono decisamente troppi. Ma, a parte i due protagonisti, il cast è ben scelto (ci sono Christoph Waltz, Mia Goth, Charles Dance, Felix Kammerer molti altri), soprattutto esci dal film con la voglia di riprendere in mano il romanzo originale.

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Invece gran successo cinefilo, con applausi a scena aperta alla proiezione stampa, per il danese “The Last Viking”, ovvero “L’ultimo vichingo”, accolto tra i fuori concorso. L’ha scritto e diretto Anders Tomas Jensen, collaboratore storico di Susanne Bier e regista in proprio dal 2000 in poi. Teorizza sulle note di regia: «Il film dimostra che le perone non sono mai una cosa sola e incoraggia una prospettiva più olistica, intrinsecamente meno critica e più comprensiva». Bisogna però vedere il film lungo poco meno di due ore, costruito in chiave di favola nera sull’identità con affondi comici, per apprezzare la strana visione del racconta, che parte da una specie di antica leggenda vichinga in forma di animazione e lì ritorna nell’epilogo. L’insegnamento da trarne? «Se tutti sono menomati, nessuno è menomato».

L’ultimo vichingo è un danese “picchiatello” e non più giovane, Manfred, cresciuto nel culto delle rune, delle asce e degli elmi con le corna. L’incarna a sorpresa Mads Mikkelsen, di solito impegnato in tutt’altri ruoli drammatici, esibendo lunghi capelli biondi da un lato e un progressivo disagio mentale che si manifesta con gesti sconsiderati: ruba cani alle persone, si butta dalla finestra e si fa del male se non lo chiamano John (crede di essere la reincarnazione di Lennon), compra sessanta panini per il ritorno dell’amato fratello Anker, rilasciato dopo quindici anni di galera per rapina a mano armata.

Anker, che fu uomo violento e ora si dice pacificato con sé stesso, ha un problema: deve recuperare il ricco bottino che fu sepolto dal fratello Manfred nella vecchia casa di famiglia, in mezzo ai boschi. Ma Manfred sembra aver dimenticato il posto segreto, mentre le cose si complicano terribilmente con l’arrivo di un energumeno torturatore che vuole quei soldi ad ogni costo.

Difficile raccontare quel che accade in “The Last Viking”, perché il tono è tutto in questo film torvo e allegro in cui il regista fa compiere ai suoi personaggi, ora buffi ora scombinati, i gesti più bizzarri. Si citano gli Abba, si parla di Ikea, Anker e Manfred girano su una vecchia Panda arancione, il culto dei Beatles sembra animare la rivolta di alcuni “matti da slegare”, fino allo showdown finale con una rivelazione a effetto sulla forza della fratellanza. Il messaggio è chiaro, e se ogni tanto il regista esagera nella ricerca della risata pulp, il vichingo che è in tutti noi (o in molti di noi) in fondo può dirsi soddisfatto.

Michele Anselmi