L’angolo di Michele Anselmi

“Sono uno sportivo? O sono un avversario? Se salite su una delle mie macchine, ci salite per vincere” scandisce Enzo Ferrari ai suoi piloti, e la frase magari fu pronunciata davvero, ma proprio non sembra lui. Era dal 2015, con il dimenticabile “BlackHat”, che Michael Mann, oggi splendido ottantenne, non girava un film. Trattasi di cineasta portentoso, basterebbe pensare a titoli come “Manhunter – Frammenti di un omicidio”, “L’ultimo dei Mohicani” o “The Heat”, e non esiste cinefilo che non l’abbia inserito nel proprio personale pantheon, incluso il sottoscritto. Ma il molto atteso “Ferrari”, già in concorso alla Mostra di Venezia e da giovedì 14 dicembre nelle sale con 01-Rai Cinema, mi pare riuscito così così, deboluccio, anzi un po’ scarburato.
Certo, il magistero di Mann si sente nella composizione delle immagini, nei chiaroscuri recitativi, nella forza del montaggio, e tuttavia l’ambientazione italiana della storia non aiuta. Chissà che cosa penserà Carlo Carlei, il quale nel 2003 girò un film tv per Canale 5 intitolata allo stesso modo, con il ben più adatto Sergio Castellitto nel ruolo del mago di Maranello.
“Ferrari” di Mann non è però una cine-biografia classica: isola un anno cruciale nella vita del grande costruttore/artigiano, il 1957, per estrarne, a mo’ di sineddoche, il senso di un’intera esistenza. Neanche sessantenne, il Ferrari incarnato da Adam Driver, ormai specializzatosi in ruoli da italiano illustre dopo “House of Gucci”, è a un punto morto della propria carriera: l’azienda è sull’orlo della bancarotta, la Maserati incalza con vetture da corsa più veloci, la recente morte del figlio Dino ha lasciato un baratro, il rapporto con la moglie Laura è a pezzi, al punto che lui dorme spesso dall’amante Lina con la quale ha fatto il piccolo Piero (non ancora riconosciuto per salvare le apparenze). L’unica salvezza può venire dalle Mille Miglia: una vittoria darebbe nuova linfa al Cavallino Rampante e forse convincerebbe “l’avvocato” Agnelli a investire sulla ditta modenese.
Nella misura ampia dei 130 minuti, il film di Mann ricostruisce quei mesi complicati: tra scenate familiari, rogne meccaniche, liti coi giornalisti “avvoltoi”, ingaggio dei piloti (la Maserati ha appena convocato a Modena l’ottimo Jean Behra). C’è un romanzo alla base del copione di Troy Kennedy-Martin, ovvero “Enzo Ferrari – L’uomo, l’auto, il mito” di Brock Yates, anche se Mann ci mette ovviamente del suo nell’imbastire la vicenda e restituire l’aria del tempo, senza idealizzare il personaggio, mostrandone durezze e cinismo, anche una notevole spregiudicatezza. Specie dopo il micidiale incidente di Guidizzolo, durante l’indiavolata corsa ricostruita benissimo, quando la Ferrari 335 S pilotata dallo spagnolo Adolfo De Portago rimbalzò fuori strada uccidendo nove spettatori, cinque dei quali bambini.
Come spesso capita con queste storie nostrane rifatte dagli hollywoodiani per il pubblico planetario, la versione doppiata in italiano renda meno spiazzante l’insieme, anche se un profumo di cadenza dialettale magari si poteva concedere; di sicuro Driver, che coproduce, risulta troppo magro e spilungone nel confronto fisico con il vero Ferrari, mentre gli altri attori convocati, da Penélope Cruz a Shailene Woodley, da Patrick Dempsey a Jack O’Connell, s’intonano al clima generale da ricca produzione internazionale.
Ricorderete che Pierfrancesco Favino polemizzò a Venezia, tra gli applausi, sul tema delle star americane chiamate ad incarnare mitici o famosi personaggi italiani. Ma che cosa dovrebbero dire allora i francesi con il Napoleone di Joaquin Phoenix?

Michele Anselmi