L’angolo di Michele Anselmi
Marco Risi, oggi 72enne, non girava un film dal 2018, e comunque “Natale a cinque stelle” fu una commedia veloce, “alimentare”, destinata solo a Netflix. Cinque anni dopo eccolo tornare con “Il punto di rugiada”, passato al Torino Film Fest e adesso nelle sale da giovedì 18 gennaio, targato Fandango e Rai Cinema. Titolo enigmatico, non proprio accattivante: con l’espressione punto di rugiada, leggo su Wikipedia, “s’intende un particolare stato termodinamico in corrispondenza del quale una miscela bifase multicomponente liquido-vapore diviene satura di vapore”. Nel film, in una chiave più metaforica, il punto di rugiada anticipa di pochi minuti una soffice neve che scende sulla casa di riposo per benestanti, “Villa Bianca”, spingendo nello spiazzo antistante, in una sorta di infantile entusiasmo che ricorda i pretini del fotografo Mario Giacomelli, tutti gli ospiti avanti con gli anni.
Dice Risi nelle interviste: “Si pensa che i vecchi siano un po’ rinco, un po’ stupidi, un po’ arrivati, stanchi. Che ci sia poco da imparare da loro”. Il suo film intende raccontare esattamente l’opposto, senza mitizzare nulla, forse partendo da un’affettuosa riflessione suggerita dalla morte del padre Dino e dello zio Nelo.
L’arco temporale copre un anno, partendo dall’estate del 2018, e c’è un motivo, scopriremo sui titoli di coda, se tutto si svolge prima della pandemia da Covid. Due giovanotti qualunquisti e stupidotti, Carlo e Manuel, l’uno figlio di papà che ha provocato un incidente d’auto e l’altro spacciatore fissato con le canzoni degli anni Sessanta, approdano in quella elegante residenza per anziani per scontare una condanna alternativa al carcere. Gli ospiti sono solo vecchi per i due fancazzisti, e naturalmente il film s’incaricherà di rovesciare il loro punto di vista, facendoli maturare.
Gli anziani “villeggianti” rispondono a un catalogo sociologico piuttosto classico: un autoritario colonnello che non è mai riuscito a diventare generale, un’ex attrice che vive di ricordi vedendo i suoi vecchi film di serie B, un intrattenitore sciupafemmine coi capelli tinti, un fotografo raffinato e cinico che continua a far scatti, un poeta ormai svanito che non riconosce quanto scrisse, una signora con la valigia fatta sempre pronta a partire per una destinazione sconosciuta. Poi c’è Luisa, la bella capoinfermiera, anche madre single, che sembra avere una partita aperta con Carlo.
Viene da pensare a “La casa del sorriso” di Marco Ferreri, a “Quartet” di Dustin Hoffman, a “I migliori anni della nostra vita” di Claude Lelouch, ma forse Risi ha cercato solo dentro sé stesso per scrivere, insieme a Francesco Frangipane e Riccardo de Torrebruna, questo film malinconico, a tratti asprigno e grottesco, scandito dalle stagioni che passano. Tuttavia i personaggi risultano volentieri dei bozzetti, utili a strappare qualche sorriso, dentro una palpabile inautenticità. Echeggiano antiche hit come “Riderà”, “E la chiamano estate”, “Saint Tropez Twist”, ogni tanto la drammaturgia si raddensa in un dialogo feroce tra padre e figlio, si evoca l’odore dei vecchi, si parla anche di una costosa scatoletta capace di favorire una serena eutanasia. Però è lo stile che suona invecchiato, con le musiche di Leandro Piccioni spalmate su tutto e quelle unghiate spuntate da antica commedia all’italiana.
Massimo De Francovich, ormai specializzato in ruoli del genere, fa il fotografo provocatorio che guarda leoni e leonesse in tv (si chiama Dino, come il famoso padre del regista), Eros Pagni è il colonnello marziale e bisbetico, Luigi Diberti il poeta citrullo che scrisse componimenti in realtà firmati da Nelo Risi; e poi, nella fitta compagnia, ci sono Maurizio Micheli, Erika Blanc, Elena Cotta, i più giovani Alessandro Fella, Roberto Gudese, Lucia Rossi, Valerio Binasco.
Torna spesso la seguente battuta: “Chi dice mah / nel culo ce l’ha”. In effetti i vecchi si ripetono nelle chiacchiere; un po’ anche i registi agé.
Michele Anselmi