“Shelby Oaks – Il covo del male”, ovvero come fare ridere il pubblico. Perché questa pellicola creata per spaventare suscita invece nel pubblico adulto una reazione diametralmente opposta. Per chi in Italia è cresciuto con i film horror di Dario Argento o gli adattamenti cinematografici dei libri di Stephen King non può che ridere nel vederla. Dimenticatevi quindi quei capolavori appartenenti al genere horror, come “Profondo Rosso” o “La casa dalle finestre che ridono”.
Diretto da Chris Stuckmann, “Shelby Oaks – Il covo del male” ha una buona costruzione investigativa, ma nulla di più perché la pellicola è piena di cliché e rimandi a noti film horror. Immancabili quindi i sospiri, le visioni occulte, gli animali indiavolati, apparizioni, incubi e poi streghe, luci che si spengono improvvisamente. È un calderone senza musica. E forse è proprio l’assenza di una colonna sonora inquietante l’elemento più originale del film.
Il racconto iniziale sembra riproporre il filone del paranormale reso popolare da “The Blair Witch Project”, ambientato tuttavia nell’era della digitalizzazione. L’incipit narrativo è identico: tre ragazzi dell’Ohio, creatori nel 2008 del canale YouTube dedicato al paranormale, spariscono in una foresta. La protagonista è sempre un personaggio femminile, mentre l’antagonista un personaggio inanimato. Da lì inizia quindi la ricerca investigativa condotta da Mia, la sorella di una dei ragazzi scomparsi, che si risolve nello svelamento di un caso di violenza sulle donne subita dalle stesse in tenera età. Se l’intento tuttavia era quello di spaventare, allora il film è perfetto per i bambini. Perché chi è cresciuto con l’horror di Dario Argento non può che ridere. Dal 19 novembre al cinema.
Alessandra Alfonsi