L’angolo di Michele Anselmi 

Che attore titanico è il 47enne francese Denis Ménochet, capace di reggere un film sulle proprie spalle. Col suo corpaccione, il suo sguardo ora mite ora furente, la sua rassegnazione che ogni tanto si traduce in rabbia. Lo ricorderete nel recente “As Bestas”, così diverso da come appare in “L’affido” o in “Peter von Kant”. Ogni volta è una sorpresa. Tra i dodici film che escono oggi nelle sale c’è anche il francese “Sopravvissuti”, 2022, di Guillaume Renusson, targato No.Mad Entertainment, e lui ne è il protagonista quasi assoluto.
Purtroppo il doppiaggio italiano rovina e un po’ confonde, visto che la storia è ambientata al confine di montagna tra Italia e Francia, lì dove i migranti sprovvisti di documenti provano spesso ad attraversare per dirigersi verso Briançon nella speranza di farla franca. Volendo, una sorta di seguito di “Io Capitano”, con quei poveretti infreddoliti e malnutriti malmenati dalla Gendarmerie francese e dalla Polizia italiana.
Da quelle parti, per rivedere la sua vecchia baita in territorio italiano da mesi abbandonata, arriva il francese Samuel: vedovo in seguito a un incidente d’auto forse da lui provocato, con una figlia ancora piccola, l’omone ha appena terminato una lunga fisioterapia che l’ha rimesso in piedi.
Appena sceso dalla corriera capisce che tira una brutta aria: una strana “caccia” è praticata da un terzetto (un italiano e due francesi, una è donna) che con l’aiuto di un drone e di un fucile localizzano gli odiati clandestini. Samuel non sa ancora che, rientrando nella baita, vi troverà una profuga afgana, Chereh, in cerca di riparo e cibo. La donna, che ha dovuto separarsi dal marito in Grecia, parla un po’ di francese: sarà l’inizio di una strana amicizia, con un sospetto di tenerezza amorosa, mentre i tre cattivi se la prendono con loro.
“Sopravvissuti” parte molto bene, quasi senza musica, isolando i percorsi dei due personaggi destinati a incontrarsi. Sopravvissuti in senso letterale e figurato, ciascuno dei due con una profonda ferita dentro, e come se non bastasse immersi in una natura ghiacciata, senza cibo, con il terzetto di fanatici alle costole.
Diciamo che l’andamento della vicenda è un po’ meccanico, con i “cacciatori” razzisti che sembrano uscire da un film americano, anche nella caratterizzazione feroce, e il film ne risente: credibilità e sfumature. Ma è interessante il contesto, poco raccontato al cinema, e naturalmente viene subito da solidarizzare con Samuel e Chereh, resi senza retorica, con intenso realismo avventuroso e una punta di thriller, dal francese Ménochet e dall’iraniana Zarah Amir Ebrahimi.

Michele Anselmi