Stipendi superiori al salario minimo, produzione nazionale, nessuno sfruttamento dei dipendenti: la ricetta di American apparel, marchio di abbigliamento americano che nei primi anni duemila spopola non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. Dov Charney, CEO dell’azienda, propone una visione ben definita dell’ambiente che desidera per i propri dipendenti, oltre ad un’immagine innovativa del brand: scatti pubblicitari volutamente soft porn ritraggono uomini e donne, non modelli professionisti, con un’estetica eccentrica, caratteristica fondamentale per diventare anche dipendente del brand -le esperienze pregresse contano poco, è molto più importante risultare appariscenti-. All’intero dell’azienda si respira un’aria di libertà, specialmente sessuale, del tutto nuova per un luogo di lavoro -gli intervistati raccontano quanto fosse comune avere rapporti sessuali tra dipendenti proprio in ufficio- peccato che la stessa atmosfera non si respiri rispetto agli orari di lavoro: Dov lavora h24 e pretende che i suoi dipendenti facciano lo stesso; non esiste alcuna pausa pranzo, turni da 36 ore, 120 ore di straordinari alla settimana: questa è la regola. A tutto ciò si aggiunge l’aggressività e l’umiliazione che a turno subisce ogni dipendente da parte del CEO. In pochi mesi American apparel si aggiudica il titolo di azienda americana in più rapida espansione grazie ai grandi investimenti e al carattere sui generis del brand. L’illusione di questo ambiente paradisiaco viene meno quando alcune donne, ex dipendenti, denunciano Dov Charney di molestie sessuali e abusi di potere. “Nella moda c’è un elemento sessuale che non si può ignorare” è questo il motto del CEO, evidente nelle campagne pubblicitarie del brand: ci si può quindi sconvolgere di fronte a queste denunce? Forse no, l’ossessione di Dov per la sessualità è sempre stata abbastanza evidente, peccato che abbia trasceso qualsiasi limite. Purtroppo le denunce non danno gli effetti sperati per colpa di accordi di mediazione regolarmente firmati dai dipendenti -grazie ai quali ad oggi Dov non ha scontato alcuna pena- che vietano di parlare male dell’azienda o di Dov. “Trainwreck: il culto di American apparel” vuole svelare i retroscena di un marchio che per anni è stato molto più di un negozio dove comprare magliette e pantaloni; nell’immaginario collettivo American apparel significava semplicità e sensualità, indossare i suoi abiti voleva dire sposare uno stile di vita. Dietro le quinte accadeva ben altro e questo documentario offre la possibilità allo spettatore di conoscere la realtà e prendere posizione come consumatore: Dov Charney è stato licenziato da American apparel ma lavora per Yeeze, noto brand americano. “Era deumanizzante lavorare da American apparel ho avuto bisogno di 8 anni per processare cosa ho vissuto lì”. Disponibile su Netflix.

Elena Leone