L’angolo di Michele Anselmi

Quando Mussolini, rivolgendosi direttamente al pubblico del teleschermo, scandisce all’inizio «Guardatevi attorno, siamo ancora tra voi», be’ immagino che il riferimento all’Italia di Giorgia Meloni non sia per nulla casuale. Dopo l’anteprima alla Mostra di Venezia, arriva venerdì 10 su Sky e NowTv la miniserie in otto puntate (per ora due alla settimana) sulla presa del potere di Mussolini, s’intende tratta dal primo dei quattro volumi di Antonio Scurati. E certo incuriosisce che sia diretta da un regista inglese, il 52enne e molto bravo Joe Wright, quello di “L’ora più buia”, immagino anche per ragioni industriali (producono Lorenzo Mieli con Fremantle); ma per il resto tutto è italiano: sceneggiatori, attori, lingua, riprese, tecnici, eccetera.
Come ormai saprete, è Luca Marinelli, vistosamente ingrassato e con testa rapata a metà (il “pelatone” divenne tale più tardi), a incarnare Benito Mussolini a cavallo degli anni Venti: si parte infatti dal 23 marzo 1919, quando in piazza San Sepolcro a Milano vengono fondati i Fasci italiani di combattimento, e si finisce il 3 gennaio 1925, giusto cent’anni fa, quando il Duce, in un famoso discorso alla Camera, rovescia la situazione che sembra a suo svantaggio e rivendica «la responsabilità morale, politica e storica» di quanto successo, inclusa l’uccisione del deputato socialista Matteotti.
Scritta da Stefano Bises e Davide Serino, con la collaborazione dello stesso Scurati, la serie è tutt’altro che convenzionale: segue le orme del best-seller Bompiani del 2018, allargando l’uso della prima persona (sulla pagina scritta solo nell’incipit e nell’epilogo) e adottando l’escamotage sempre un po’ rischioso, ma qui ben maneggiato, del protagonista che spesso parla direttamente alla cinepresa, quindi allo spettatore, sfondando la cosiddetta quarta parete, per esternare pensieri e commenti.
La dimensione è “pop”, cioè intrisa di sarcasmo, grottesco, esplosioni di violenza, melodramma, allucinazioni, inserti in bianco e nero opposti a un forte cromatismo su tinte rugginose; ma non pensate ad una sorta di “americanata” sulla tragedia fosca, tutta italiana, del fascismo. Nel raccontare la scalata al potere di Mussolini, il regista mette a fuoco il ritratto di un capo politico insieme mitomane e carismatico, egocentrico e scaltro, sessuomane e familista, capace di fiutare il momento giusto, come una bestia pronta a ghermire, per dare “la spallata” al vecchio regime liberale.
In fondo è anche un’utile lezione di storia in forma di spettacolo a forti tinte, soprattutto per quei giovani (e meno giovani) che non hanno mai sentito parlare dei governi Nitti, Facta e Giolitti, di don Luigi Sturzo, appunto di Matteotti, o anche di Gabriele D’Annunzio e dell’impresa di Fiume, oltre che di Margherita Sarfatti, l’intellettuale socialista di radici ebraiche che fu amante e musa del giovane Mussolini, una specie di Pigmalione al femminile, prima di essere ripudiata dal Duce, a sua volta sposato con la rustica donna Rachele.
Ma è soprattutto sul legame tra Mussolini e il suo stretto collaboratore toscano Cesare Rossi, ex socialista e poi fascista della prima ora, quasi un moderno spin-doctor, che si concentra la narrazione, scandita naturalmente da comprovati fatti storici e invenzioni drammaturgiche.
Diciamo che i primi quattro episodi rievocano la strategia mussoliniana tesa a trasformare il suo partitino fatto di reduci, diseredati, criminali e reietti in una forza politica al servizio del grande capitale e dei latifondisti, capace insomma di fermare l’ascesa elettorale dei socialisti per riportare “l’ordine” sociale; mentre gli altri quattro riguardano la conquista, anche insperata, della presidenza del Consiglio, l’arrivo tronfio a Palazzo Venezia, il progetto di fascistizzazione del Paese e del Parlamento attraverso una legge elettorale ultra-maggioritaria, infine le vicende esecrabili legate all’omicidio Matteotti.
«La violenza dev’essere veloce, plastica, necessaria, non gratuita ma calcolata» teorizza Mussolini, rivoluzionario a parole e già dittatore in pectore; sappiamo però come agirono le sue camicie nere, instaurando un regime diffuso di terrore e torture che il film riproduce senza filtri, con realismo estremo.
Poi ci sono le suggestioni all’insegna del sincretismo estetico: Mussolini come un punk ante-litteram che si getta di schiena nella folla pronta a raccoglierlo, Mussolini che strizza l’occhio al Trump odierno scandendo «Make Italy Great Again», Mussolini che tradisce e liquida i camerati della prima ora mentre risuona “Can’t Help Falling In Love” di Elvis Presley…
Marinelli mi pare davvero bravo, anche audace: il suo “Mascellone” non cerca la somiglianza esasperata di tanti film o la pedissequa imitazione vocale; ne esce un mix tra Berlusconi e Petrolini, dove l’elemento farsesco si combina con l’arditezza feroce, il bluff avventuriero col crudele esercizio del potere. Impossibile citare tutti gli interpreti, che sono tanti e ben scelti, e soprattutto non i soliti: penso a Francesco Russo (Rossi), Barbara Chichiarelli (Sarfatti), Federico Majorana (Dumini), Maurizio Lombardi (De Bono), Gaetano Bruno ed Elena Lietti (Matteotti e moglie), Benedetta Cimatti (Rachele), Paolo Pierobon (D’Annunzio), Vincenzo Nemolato (il re detto “Sciaboletta”).
E infine: sarà un’inezia, ma fa piacere che il cognome di Amerigo Dumini, il fascista che organizzò il sequestro di Matteotti, sia finalmente pronunciato nel modo giusto: con l’accento sulla “u” e non sulla “i”, come sbaglia perfino lo storico-star Alessandro Barbero.

Michele Anselmi