L’angolo di Michele Anselmi
In concorso alla Mostra di Venezia pochi mesi fa, “Maestro” è approdato su Netflix, ieri mercoledì 20 dicembre, dopo una finta uscita nelle sale a fine novembre. Confesso: il tedio persiste nonostante una seconda visione, ben disposta e fuori dall’agone festivaliero. Scritto, diretto e interpretato dall’americano Bradley Cooper, il film, parecchio atteso e circonfuso da un’aura di capolavoro, ricostruisce la biografia del grande direttore d’orchestra e compositore Leonard Bernstein (1918-1990), partendo da una prospettiva alquanto privata: la bisessualità del maestro in questione.
Cooper gira per metà in bianco e nero e per metà a colori, va di moda ormai, e s’intende è lui a incarnare, con piccola protesi al naso, ciuffo ribelle e sigaretta sempre in bocca, il fenomenale musicista che compose “West Side Story” e decine di capolavori.
Si parte, dopo un incipit che lo ritrae ormai anziano al pianoforte coi capelli candidi pronto per un’intervista, dal novembre del 1943. Per un’emergenza, mentre sta a letto con un amante coetaneo, viene chiamato a dirigere la New York Philharmonic Orchestra alla Carnegie Hall per sostituire l’infortunato titolare Bruno Walter. Sarà l’inizio di una fulminante carriera all’insegna di una discreta ambiguità sessuale. L’incontro a una festa con l’attrice Felicia Montealegre si trasforma in un amore vero, rispettoso, complice, coronato dalla nascita di tre figli; ma fino a che punto e per quanto tempo si può nascondere la propria inclinazione sessuale? “Se non stai attento morirai come una checca, vecchio e solo” esplode un giorno Felicia, ormai incapace di gestire quel “triangolo”. Solo che sarà lei, colpita da un devastante tumore, a morire prima, nel 1978.
Bradley Cooper e Carey Mulligan bene restituiscono l’eccentrico ménage familiare di casa Bernstein, e certo suona minuziosa la ricostruzione d’ambiente (abiti, arredi, pettinature, auto, gesti sul palco eccetera) in questo film da 130 minuti targato Netflix e coprodotto niente di meno che da Steven Spielberg e Martin Scorsese.
Il regista/attore ha potuto contare sulla collaborazione stretta dei tre figli del musicista, Jamie, Nina e Alex; e naturalmente la colonna sonora, costellata di musiche composte da Bernstein nel corso di una vita, è un piacere per l’udito. Ma il film arranca, si disperde, fiacco ed esornativo, senza onorare la frase in esergo sui titoli di testa: “Un’opera d’arte non risponde alle domande, le suscita”.
Michele Anslemi