L’angolo di Michele Anselmi
“Madame Luna” è la storia di una redenzione, o di qualcosa che ad essa assomiglia. Tutti si svolge in Calabria, e certo sorprende che ci sia voluto un regista svedese di origine cilena, il 47enne Jorge Daniel Espinosa, con ricco pedigree hollywoodiano (firmò anche lo spionistico “Safe House – Nessuno è al sicuro” con Denzel Washington e Ryan Reynolds, ora su Netflix), per raccontare questa fosca vicenda piantata nel cuore dell’immigrazione dalla Libia e dintorni.
Scritto dal regista insieme a Maurizio Braucci e Suha Arraf, il film, frutto di una coproduzione italo-svedese, dopo un passaggio al festival di Taormina esce giovedì 18 luglio con Europictures, e credo che vada visto, magari legandolo, idealmente, a “Io, Capitano” di Matteo Garrone. Espinosa racconta infatti il dopo, isolando una storia, fortemente simbolica e realistica allo stesso tempo, che reinventa fatti accaduti.
Almaz è una migrante eritrea senza documenti che fa di tutto per non dare nell’occhio. Osservatrice, scaltra, laconica, accetta di essere sistemata insieme agli altri sventurati in una palazzina di Lamezia Terme diventata un centro di accoglienza. La giovane donna parla almeno sei lingue ma racconta il meno possibile di sé, dice solo di venire da Asmara. Capiremo presto perché: scappata dalla sua terra, la pugnace Almaz ha fatto fortuna in Libia gestendo disinvoltamente un traffico clandestino di essere umani, e ora condivide più o meno la stessa sorte dei poveri cristi, gli “invisibili” come il povero Satnam Singh morto qualche settimana fa a Latina, di cui decideva la sorte. Ma una giovinetta, Eli, la riconosce per strada e per Almaz, nel frattempo arruolata dalle “cooperative” legate alla ‘ndrangheta che gestiscono lo sfruttamento nei campi e nell’edilizia a 15 euro al giorno, sarà l’inizio di un sofferto ripensamento.
Tra “mediatrice culturale” e “caporale” il passo è breve, infatti Madame Luna, così era chiamata in Libia quando era potente e temuta, sa muoversi con abilità in quell’inferno terreno fatto di sfruttamento bestiale, violenze sessuali e ricchezza proterva. “Bisogna sempre avere un piano B” teorizza, ma intanto sogni tormentati pieni di poveracci affogati stanno avvelenando la sua nuova carriera italiana. Una pistola posata su un tavolo farà il resto.
Girato con senso dello spettacolo ma senza bellurie, in modo da costruire un epilogo drammatico vagamente all’americana, “Madame Luna” trova in Meninet Abraha Teferi, Hilyam Weldemichael e Claudia Potenza tre interpreti femminili di notevole espressività, rispettivamente nei panni di Almaz, di Eli e dell’italiana Nunzia. L’attrice protagonista, nata a Catania da genitori eritrei, classe 1993, ora residente a Berlino perché “in Italia non mi sento né rappresentata né difesa, non vedo i miei diritti tutelati”, è la stessa che ha scritto un libro intitolato “Vittoria alle masse. Eritrea: eroismo e resilienza” (Anteo Edizioni), rielaborando la sua tesi di laurea. Curioso, no?
Michele Anselmi