A Charles Baudelaire piaceva molto l’espressione “il mio cuore messo a nudo” coniata da Edgar Allan Poe, tanto da averla utilizzata come titolo del suo diario personale. Nel film “Vera”, diretto da Tizza Covi e Rainer Frimmel, Vera Gemma ha fortemente voluto e avuto il coraggio di mettere a nudo il proprio cuore in una maniera che forse gli altri mezzi di espressione non permettono di fare. “Vera” arriva al cuore delle persone soprattutto perché parla di vita vissuta, di contenuti forti e personali. Sta avendo un successo strepitoso negli Stati Uniti e in molti paesi d’Europa. Perché non Italia?

È un film dedicato ai buoni e ai cattivi, “a chi si guarda nello specchio e da tempo non si vede più / e a chi non ha uno specchio e comunque non per questo non ce la fa più” come recita la canzone “Dedicato” di Loredana Bertè che accompagna i titoli di testa. Insomma è un film per tutti coloro che non si sentono omologati e nonostante le disgrazie e gli acciacchi hanno la capacità di non abbattersi. I veri eroi, impariamo nel corso della narrazione, sono quelli che si rialzano dopo essere stati stesi a terra da eventi contrari e sfortunati.

Nella sua autobiografia scritta anni fa e purtroppo ora introvabile Vera Gemma si era definita “cattiva”, perlomeno nel titolo. Nel film però, come vedremo, l’immagine che abbiamo di lei è più quella di una vittima che di un’aguzzina. Ho preferito iniziare la nostra conversazione partendo dal suo libro per approdare subito dopo al film.

Vera, il titolo della tua autobiografia “Le bambine cattive diventano cieche” è bellissimo. Posso chiederti velocemente il motivo di quel titolo?

È un po’ piccante la risposta, nel senso che io quando ero piccola intorno ai tredici anni scoprii questa cosa della masturbazione e mi masturbavo in salotto mentre mio padre e mia madre e mia sorella guardavano la televisione. Io ho trovato un angolo dove lo facevo di nascosto pensando che nessuno mai mi avrebbe vista. Invece mia madre una sera esausta da questa cosa mi disse “Vera, stai composta!”. E lì capii che se n’erano accorti già altre volte e provai un senso di vergogna e di colpa che mi ha accompagnato praticamente tutta la vita. Fu veramente traumatico per me essere scoperta, e da lì deriva “le bambine cattive diventano cieche” per questo spirito un po’ di ribellione che mi ha sempre appartenuto e per questa cosa della masturbazione, legata al fatto che all’epoca si diceva che se ti masturbi troppo diventi cieco.

Potrei scrivere anch’io un libro sulla masturbazione da quanta ne ho fatta. Quindi siamo in due.

Esatto. Da che l’avevo scoperta da piccola era diventata una cosa meravigliosa, per me indispensabile da fare tutti i giorni, e però pensavo che nessuno se ne accorgesse. Quando mi resi conto che mio padre e mia madre pazientemente aspettavano che io la smettessi finché non potendone più mi hanno detto “adesso basta”, mi sono vergognata tantissimo.

Oppure vai in camera tua.

Esatto. Il senso era “insomma, se proprio lo devi fare fallo per conto tuo”. Venni scoperta e rimproverata. E da lì si è sviluppato questo senso di colpa che appartiene un po’ a tutti noi. Liberarsi dalla colpa è un’impresa difficilissima.

Quello che mi stai raccontando mi fa venire in mente una frase che mi ha colpito a metà del film quando tu dici al ragazzino “mai dipendere dal giudizio della gente!”.

Io l’ho capito tardi ma dico a lui di capirlo subito: “mai dipendere dal giudizio degli altri”. Sì, è una lezione di vita importante da dare a un bambino perché ti educa all’indipendenza, alla scelta al di là di tutto quello che gli altri possano pensare o condividere e ti dà il coraggio di essere te stesso, un coraggio che si dà per scontato ma che appartiene a pochi.

Infatti la cosa che si apprezza di più del tuo film è che hai avuto un particolare tipo di coraggio, quello di mettere il tuo cuore a nudo.

Completamente, senza filtri e senza paure. Messa a nudo nel mio essere anche ingenua, in buona fede, nel mostrare un aspetto di me molto meno aggressivo, molto più manipolabile. Nel far vedere che mi attacco le extension, nel voler apparire bella a tutti i costi. Nel film non avevamo niente, né truccatore né parrucchiere. Io non mi sono per la prima volta preoccupata minimamente di essere all’altezza di un’idea, di un modello di bellezza rassicurante o fasullo. Mi sono proprio messa a nudo nell’anima, nel modo di apparire e ho cercato di staccarmi appunto da quest’ansia di essere all’altezza dando la priorità al bisogno di suscitare emozioni col mio essere vera. E in parte mi è stato riconosciuto, ho vinto tanti premi.

Vedo che “Vera” sta andando alla grande all’estero.

Sì, all’estero il film è un successo. Sono un po’ incazzata con il mio paese che ovviamente non potendoci mangiare su non ha alcun interesse a promuoverlo. Il film è girato in Italia, io sono italiana ma è completamente austriaco e quindi non ci mangiano su e noi siamo arrivati a Venezia completamente ignorati. Ho fatto fatica persino a fare il tappeto rosso. Fingevano che non esistessimo ma siamo usciti trionfanti con due Leoni d’Oro, i miei registi come miglior regia e io come miglior attrice. Dopodiché l’Italia ha continuato a far finta di niente. Aggiungi che la distribuzione italiana è quella che è. Pensa che solo a Rotterdam e Amsterdam siamo usciti in sedici copie, vuol dire in sedici sale. Ora siamo a Parigi in tutte le più grandi multisale. Purtroppo il cinema d’autore in Italia trova uno spazio marginale di difficile collocazione. La televisione meno ne parla e meglio è. C’è questa opera di lobotomizzazione del pubblico come se fosse scemo, lo si sottovaluta puntualmente. E invece di valorizzare un’attrice italiana che comunque sta portando il nome dell’Italia all’estero essendo anche uscita sul New York Times una critica meravigliosa, fanno un po’ finta che io non esista in quanto scomoda per loro come personaggio.

Perciò ci tieni a sottolineare che questo per te è un motivo di frustrazione.

Sì, mi sento un po’ delusa da come questo paese ha trattato questa mia vittoria a Venezia. Il film sta avendo un grande successo all’estero. Siamo stati anche al MoMa a New York. La sala era strapiena, io ero terrorizzata perché mi dicevo ma chi può venire a vedermi al MoMa, a New York, in America. Non sono conosciuta in America. Eppure la prima era strapiena di gente. Quindi grandissima soddisfazione.

Un mio amico musicista, Giulio Pantalei, ha scritto un libro intitolato “Poesia in forma di rock” in cui va a analizzare come la tanto bistrattata letteratura italiana in realtà ha influenzato i testi dei più grandi artisti di musica rock. Dante ha influenzato moltissimo i Nirvana, lo stesso dicasi per Italo Calvino e Sting. Patti Smith è stata molto influenzata da Pier Paolo Pasolini e via dicendo. Per cui, sai, in maniera inaspettata a volte anche noi italiani riusciamo ad avere un impatto, a lasciare il segno e mi fa piacere che tu ci stia riuscendo.

Vedono Pasolini nel mio film che sicuramente in parte è un film neorealista. L’impatto è molto più forte all’estero perché l’italianità viene molto più valorizzata all’estero dove adorano il nostro cinema e la storia del cinema che indubbiamente abbiamo fatto. In Italia si tende a sottovalutare, a dimenticare, appunto a lobotomizzare il pubblico quando in realtà il grande cinema l’abbiamo fatto noi.

Infatti nel suo libro Pantalei racconta che quando usciva un film di Pasolini a New York diventava un evento. Tutti nel giro della Factory di Andy Warhol non vedevano l’ora che uscisse ed erano lì pronti a gustarselo. Ora vorrei farti una domanda un po’ rischiosa, forse un po’ troppo intellettuale. Se non ti garba come domanda proverò a riformularla.

Vai tranquillo, a me piacciono tutte le domande.

Secondo te il tuo film è pasoliniano o antipasoliano? Sembra una domanda di Marzullo…

…La vita è un sogno o il sogno è vita?

La spiego o vuoi rispondere così?

Sicuramente i miei registi sono stati profondamente influenzati dal cinema di Pasolini però hanno elaborato un loro modo di fare neorealismo. Sicuramente dipingono la realtà, usano attori non professionisti, le uniche attrici professioniste nel film infatti siamo io e Asia Argento, il resto sono tutti per la prima volta sullo schermo a parte la persona che fa da mio autista e che ha fatto un altro film con loro. Quindi sicuramente ci sono delle affinità però poi c’è un loro modo di fare cinema assolutamente personale, in pellicola tra l’altro. Il film è tutto girato in pellicola. Sicuramente è più pasoliniano, non so perché dici antipasoliniano, cosa intendi?

Provo a spiegarmi. Se ho ben capito i film di Pasolini lui sosteneva che la borghesia era marcia, non gli piaceva ed era la cosa peggiore che ci fosse a questo mondo mentre la salvezza era nelle borgate o in quel che restava della civiltà contadina. Però il messaggio che colgo dal film tuo è che anche nelle borgate ti sanno infinocchiare mica male. Non è che i borgatari siano davvero così trasparenti e pasoliniani.

No, assolutamente. Però la cosa bella di questo film è che alla fine, se tu ci fai caso, mostra una realtà cruda così com’è però senza giudicare più di tanto. Nel senso che lei scappa dal mondo così fasullo dello spettacolo per cercare una verità più vera nel mondo di borgata e anche nel mondo di borgata diventa uno strumento. Però alla fine tutti fanno quello che fanno per un motivo. In fondo questo padre vuole una vita migliore per il figlio. Alla fine tu esci dal cinema che in qualche modo li capisci pure. Non li odi, non c’è un giudizio però c’è un’onestà nel raccontare la vita com’è. La vita è così, è triste, è dura, la gente ti frega e ti può fregare dappertutto. Anche santificare questo mondo di borgata non è giusto alla fine perché la gente per bene, la gente in buonafede o in malafede c’è dappertutto. Sicuramente tra i due mondi io preferisco sempre l’altro, anche nel film, rispetto a queste feste così fasulle da dove lei scappa, qualcosa che ho sempre fatto nella vita. Non accetto inviti a feste. Però là dove ho accettato e mi sono sforzata sono finita in taxi da sola scappando perché mi sentivo male mentre in qualche modo in questi mondi di borgata io nonostante abbia preso delle grandi fregature mi sono sentita bene perché se non altro mi sentivo come se in qualche modo parlassimo una lingua comune. Poi sai, nessuno di noi è santo, ecco. Lei è una vittima nel film ma Vera nella vita ha imparato anche lei ad essere un po’ figlia di puttana. S’impara anche da questo.

La penultima scena, non vorrei rovinare il finale ma un po’ lo faccio, è un bel colpo al cuore. È dura, soprattutto quella gabbia di canarini, vuota, che rimane lì nell’appartamento vuoto.

Tremendo. Quando lei si sveglia è un momento fortissimo del film.

Per me è stato come un cazzotto in pancia.

All’estero s’incazzano proprio, commentano, senti nel cinema “nooo”, sussulti veri e propri, commenti a voce alta, ci sono delle reazioni sempre fortissime in quel momento. Alla fine del film lei apre la porta di casa e cammina. Come a dire che va avanti, la vita va avanti, le fregature si prendono però alla resa dei conti se sei in buonafede trovi sempre un modo di rialzarti e andare avanti.

M’è piaciuto il tuo racconto di quando hai frequentato un mondo e un ambiente un po’ fasullo. C’è una scena che mi ha fatto ridere quando a questo regista tutto impegnato gli telefona la mamma e lui diventa piccolo piccolo.

Ah sì, fantastica.

Quella coppia di registi era abbastanza odiosa.

Loro sì rappresentano tutti i provini che ho fatto nella vita. Quando andavo a fare i provini di cinema proprio si mettevano paura. Non facevo nemmeno in tempo a entrare, mi guardavano e dicevano “no, no”. Non ero mai giusta, ero sempre troppo, forse perché ero anche lì me stessa, non arrivavo mai magari con dei look rassicuranti o neutri. Ero sempre io. E quindi puntualmente non venivo capita. Da un certo mondo intellettuale invece venivo sottovalutata. “Non sei abbastanza”, mi si diceva. Per cui a un certo punto ho incominciato a scrivermi le cose da sola e fare teatro da sola. L’ho fatto per anni nei teatri underground romani perché per un certo mondo diciamo d’impatto nazionalpopolare ero troppo e per un altro mondo ero troppo poco per cui i provini più o meno andavano così. È chiaro che quella scena del regista teatrale l’abbiamo un po’ esagerata, resa più cinematografica, però non era molto diversa dagli incontri che ho avuto.

Rende benissimo. A un certo punto fai un monologo nel quale praticamente stai descrivendo loro che vorrebbero giudicarti. E penso che loro si sentano un po’ a disagio.

Perché poi quello è il monologo di Scarface. La regista mi ha chiesto se avevo un monologo da poter fare nella scena di questo provino e io ho detto “se non ti dispiace farei il monologo di Scarface di Tony Montana”. E lei è impazzita di gioia, mi ha detto che era un’idea geniale perché lui nel film, ubriaco, contesta tutta questa gente fasulla che ha bisogno di additare e di vedere in lui il cattivo. E lui ribatte “io dico sempre la verità, anche quando dico una bugia”.

A volte hai avuto la sensazione di essere troppo poco, a volte di essere troppo. Con questo film pensi di aver trovato la tua strada adesso?

Sto avendo delle proposte dall’estero. Farò un film con un regista austriaco che si chiama David Wagner e sta scrivendo un film per me. Quindi sono contenta. Poi ce n’è un altro in programma ma è ancora presto per parlarne. Quindi due proposte per due bei film, entrambi dall’estero. Si vede che il mio destino era quello di lavorare fuori per ora. Tutti mi dicono “ma non sei contenta?”, “ma ringrazia Dio che lavori fuori”. Sì, sono molto contenta ma vorrei anche lavorare nel mio paese perché sono italiana.

Un altro tema forte è quello d’essere figli d’arte. Nella scena con Asia Argento vi recate di fronte alla tomba del figlio di Goethe nel cimitero acattolico che lì è immortalato solo in quanto figlio di Goethe, senza nessun’altra informazione come se l’essere figlio di un padre importante lo definisse. È uno strano destino questo di essere figli d’arte? Penso che questo argomento sia una cosa a cui tieni molto.

Sono sempre stati fatti paragoni tra me e mio padre pur essendo io forse l’unica figlia d’arte in Italia che non ha mai lavorato col padre. Ho dovuto subire paragoni crudeli tra me e mio padre. Io sono una donna, lui un uomo. Uno che ha fatto a suo modo la storia del cinema, un uomo bellissimo mentre io no. Di mio padre si dice giustamente che era un signore, perché mio padre era famoso per la sua umiltà, per la sua discrezione, la sua eleganza di porsi. Io sono molto meno discreta, ma altrettanto umile perché questo l’ho imparato da lui. Però questi paragoni continui tra me e mio padre diciamo che non mi hanno aiutata né rassicurata. Sono stati continui, crudeli, noiosi, assolutamente gratuiti.

Vuol dire anche che la personalità del padre famoso o della madre famosa può schiacciare?

Intanto io sono fiera di essere la figlia di Giuliano Gemma. Amo mio padre da morire e con lui avevo un rapporto meraviglioso. Quello che mi dà fastidio è altro. Tra me e mio padre non ci sono mai stati problemi. Anzi lui mi riconosceva il mio essere diversa da tutti come un’assoluta qualità, pur dicendomi “per te sarà molto dura, ma non rinunciare mai a quello che sei perché sei bellissima così come sei e vai benissimo così”. Ripeto, il problema non è mai stato tra me e mio padre né io mi sono mai sentita schiacciata da lui. Mi sono sentita schiacciata dalla crudeltà gratuita della gente che, infelice, ha bisogno di essere crudele per sentirsi forse importante, non lo so. Qualcosa che comunque viene sicuramente da una frustrazione.

A un certo punto tu sei a pranzo o a cena a casa della nonna del bambino e c’è una benedizione. Poi in un’altra scena si fanno il segno della croce prima di mangiare. Come ti sei sentita a fare quelle scene? Sei religiosa, ti sono venute spontanee?

Io sono molto religiosa, l’ho detto anche quando abbiamo vinto praticamente l’Oscar austriaco come miglior film, un premio importante che c’è in Austria pari a quello che può essere il David Donatello o il Goya in Spagna o il César in Francia. E ho detto appunto che avevamo vinto perché io avevo pregato talmente tanto che Dio non mi sopportava più. Ed è vero, io prego, sono molto religiosa, prego puntualmente e non solo per il film ma anche per altro. Però pregavo per il film, ho pregato per vincere Venezia e in qualche modo sono stata ascoltata. Sì, sono proprio di educazione religiosa, lo erano anche i miei genitori. Dentro di me c’è sempre stato questo credo, questa fede, pur non essendo mai stata forzata da nessuno e lo ritengo un dono il fatto di credere in qualcosa che vada al di là della vita. Mi dispiace quando sento che le persone non credono. Mi dispiace per loro perché non so come possano accettare che sia tutto qui. Sarebbe veramente avvilente pensare che abbiamo una vita, poi moriamo ed è tutto finito. Non avrebbe senso niente. Io invece trovo un senso in tutto attraverso questa fede che mi viene molto naturale.

Io credo nelle coincidenze e vorrei raccontartene una, ma non so se ha un senso tutto questo. Lo stesso giorno in cui ho visto il tuo film un mio amico mi ha raccontato di aver iniziato a praticare il tantrismo e che si sta confrontando con i suoi demoni interiori. Non è forse la stessa storia rappresentata dai tatuaggi del padre del ragazzo in una delle scene finali?

Sì, la lotta tra il bene e il male, tra i demoni e gli angeli che si tatua addosso, sì. Io gli chiedo “e chi vince”? Lui risponde “vince il bene”. E in quel momento lui ci crede profondamente che vince il bene, è in buonafede. Però poi il male è più forte di lui.

E lui è un attore non professionista, mi dicevi. Beh, è stato bravissimo.

Ripreso assolutamente per la prima volta sullo schermo.

Merito anche dei registi, no? Significa che ti sanno mettere a tuo agio.

Sicuramente dei registi perché sono magici, non c’è un attore che non sia bravo con loro, veramente tutti compreso il bambino. Nessuno aveva mai recitato e sono tutti bravissimi. Sì, i registi riescono a toccare delle corde interiori per cui tu smetti di fingere. Quella è la loro grandissima capacità. Non so neanche bene come facciano, però ci sono riusciti con tutti.

Mi ha fatto molto piacere sentire la canzone “Dedicato” della Bertè all’inizio.

Sì, guarda non sai quanto abbiamo lottato perché io e Tizza, la regista, a un certo punto vagavamo così su YouTube, ci mandavamo i video. E io le mando “Dedicato” e lei dice “Mio Dio, è pazzesca, è perfetta!”, e da lì inizia l’inseguimento per i diritti che sono carissimi. È costato talmente tanto che loro hanno chiesto un ulteriore finanziamento all’Austria che tu chiedi solo quando non riesci a finire il film con il tuo budget. Hai la possibilità di chiedere questi soldi in più. Li hanno chiesti, li hanno ottenuti solo per pagare i diritti di “Dedicato”. Pensa quanto ci tenevamo a quella canzone. Io sono proprio una fan della Bertè, mi piace moltissimo da sempre.

Eh sì, è grande. E ha saputo reinventarsi, no?

Secondo me quando hai qualcosa da dire ti possono mettere da parte quanto ti pare, ma questa è la magia dell’arte che trovi sempre un modo per riemergere e per reinventarti perché alla fine hai i contenuti e sono quelli che contano molto più del potere. E io lo dico sempre che il pubblico è molto meno scemo di quello che tutti pensano. Alla fine sceglie il pubblico, e il pubblico la Bertè non ha mai smesso di sceglierla.

Un’ultima domanda. In una scena tu dici “sono presa dalla vita vera”. Ma questo secondo te giustifica perdersi la premiere con Tarantino, come in effetti ti succede nel film?

Ma me la sono persa veramente! Lui è venuto a Roma e io non ci sono andata. Tra l’altro mandai mia sorella e una mia amica che vennero trattate benissimo da lui. Le invitò ad entrare nel suo parterre privato. Non solo non ci sono andata, ho mandato pure qualcun altro. Ho fatto, mi rendo conto, anche degli sbagli. Non ricordo nemmeno perché non andai quella sera, però non mi ha mai interessato né seguire la gente famosa né esserci per forza. Se mi andava ci andavo. Se no, no. Non pensavo che lui era Tarantino. Però questo è anche bello, essere così puri, no? A me veramente non me ne frega niente del ruolo delle persone, di chi sono o non sono. Se mi va, t’incontro. Se no, no. E quella sera non m’andava. Dai, è una rarità in un mondo che insegue sempre il successo, la gente famosa. Essere così è una rarità. Me lo dico da sola.

Io non sono così. Se fosse uno dei miei idoli la persona che devo incontrare, penso che starei insonne già da notti prima.

Ma avevo già condiviso tanto con lui. Con lui avevo passato una serata o meglio una nottata fino alle quattro del mattino a casa sua dove gli avevo cucinato la carbonara e lui mi ha portato nel suo cinema privato a vedere tre film di mio padre. Abbiamo passato la nottata a guardare film, a raccontarci, a ridere, a parlare. Avevo già avuto tanto da lui, privatamente e in modo assolutamente esclusivo. Andare poi lì a inseguirlo in un posto strapieno di gente dove comunque avrei avuto meno di quello che già avevo avuto non mi interessava. Insomma la mia esperienza con Quentin l’ho avuta, la mia nottata non d’amore, zero, ma proprio di cinema. Guardarsi nel cinema privato di Tarantino a Hollywood tre film di mio padre con lui che mi tiene la mano tutto emozionato perché sta guardando mio padre, penso che più di così non potevo chiedere. Tutto quello che viene in più, ben venga.