L’angolo di Michele Anselmi 

Naturalmente non si parla del “caso Regeni”, ma è come se la morte di quel nostro giovane connazionale fosse lì, presente, sotto pelle, nonostante il tono all’insegna della fantapolitica (neanche troppo). Da ieri nelle sale italiane, poche immagino, targato Movies Inspired, c’è uno strano film battente bandiera svedese anche se ambientato in Egitto e diretto dal Tarik Saleh, il quale, bisogna saperlo, non può mettere piede nel suo Paese dal 2015, infatti tutto è stato girato in Turchia.
In concorso a Cannes 2025 e premiato per la migliore sceneggiatura, “Le Aquile della Repubblica” è il capitolo conclusivo, leggo, di una trilogia cominciata con “Omicidio al Cairo” e “La cospirazione del Cairo”. Infatti siamo di nuovo al Cairo, sotto il regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi, che governa di fatto l’Egitto dal 3 luglio 2013, cioè da quando, in veste di comandante in capo delle Forze armate e ministro della Difesa, rovesciò il presidente Mohamed Morsi con un colpo di Stato.
Chi sono “le Aquile” del titolo? Una specie di organizzazione segreta, occhiuta e diffusa, che tiene in piedi il regime e sventa possibili attentati, garantendo la stabilità del potere ormai quasi tirannico di al-Sisi. Se ne accorge il cine-divo più popolare del Paese, George Fahmy, detto «il Faraone dello schermo», il quale si ritrova costretto a interpretare il presidente in un film agiografico e di propaganda.
Il tutto è abbastanza ridicolo: Fahmy è alto, col nasone, pieno di capelli, non assomiglia neanche un po’ a quello che chiama «il messicano», in tutto 1 metro e 60 di statura. Ma le pressioni sono fortissime, e certo l’attore, dedito a una vita sessuale disinvolta con l’aiuto del Cialis e piuttosto vulnerabile a causa del figlio ribelle, capisce subito che non può sottrarsi alla chiamata imperiosa.
«Fahmy non fa brutti film» lo adula il regista, ma è chiaro che tutta la faccenda nasconde qualcosa; e, come se non bastasse, l’attore, sposato infelicemente e legato a una giovane amante in carriera, dà avvio a una rischiosa relazione con la bella moglie del generale che supervisiona il film. In vista di una parata alla quale parteciperà al-Sisi, il clima si fa assai rischioso per il divo, non solo sul fronte dei ricatti…
L’atmosfera da thriller politico si mischia a toni tra buffi e sarcastici, con frequenti citazioni cinefile, da Michelangelo Antonioni a Claire Denis, e ne esce il ritratto di un attore coinvolto in un gioco troppo grande per lui: vorrebbe solo godersi le donne, la Jaguar e i suoi soldi, invece deve fare i conti con un Sistema che tutto tritura e trasforma.
Il libanese Fares Fares, somiglia un po’ al nostro Emilio Solfrizzi, restituisce bene, specie nella versione in lingua originale, lo stupore dell’uomo, meschinello ma in fondo capace di qualche soprassalto di dignità. «Dirò a tutti che sei membro del club dei piselli mosci» minaccia a un certo punto l’amante arrabbiata, e tuttavia lo sputtanamento del “macho” sembra l’ultimo dei suoi pensieri.

Michele Anselmi