“Ora sono diventato morte, il distruttore di mondi”. J. Robert Oppenheimer pronuncia questa frase all’indomani del test Trinity, che sancisce il funzionamento della bomba atomica. È il 16 luglio del 1945. Da quel momento in poi saranno i militari a decidere come utilizzarla. Ma ciò non impedisce allo scienziato di sentirsi l’unico responsabile del disastro imminente. “Oppenheimer”, scritto e diretto da Christopher Nolan, è uscito in Italia lo scorso 23 agosto. Il noto fisico americano (interpretato da Cillian Murphy), negli anni della Seconda Guerra Mondiale, è un professore di meccanica quantistica in California. Un giorno viene contattato dal generale Leslie Groves (Matt Damon), con l’obiettivo di affidargli lo sviluppo di una bomba atomica, da utilizzare contro i tedeschi nazisti. Lo scienziato, ebreo, accetta subito. Insieme ad un gruppo di colleghi fidati si trasferisce nei laboratori di Los Alamos, nel Nuovo Messico, per lavorare al progetto. Nolan non ci racconta gli eventi in maniera lineare, ma segmenta la narrazione aggiungendo flashback e flashforward degli anni da studente di Oppenheimer, del suo rapporto con le donne, del processo che subisce poiché accusato di comunismo. Il film, dalla durata di tre ore, è così un’opera densa, di eventi che lo spettatore deve mettere in ordine cronologico, di dialoghi fitti e particolareggiati, di una colonna sonora che lascia poco spazio al silenzio, dando pathos anche a scene che non ne hanno bisogno. Il racconto è preciso e storicamente fedele, ma rischia di confondere lo spettatore, e soprattutto di togliere spazio al conflitto psicologico di Oppenheimer, l’aspetto più interessante del film. Lo scienziato accetta l’incarico di costruire la bomba perché convinto verrà usata per una buona causa, ma con il passare del tempo iniziano gli scrupoli morali, il dubbio che possa distruggere il mondo. E, quando la Germania nazista si arrende, capisce che utilizzarla non è più necessario, ma è ormai troppo tardi per tirarsi indietro. Il conflitto interiore del protagonista è ben esemplificato nella scena in cui, dopo il lancio dell’atomica, ha di fronte una folla che lo applaude per il successo raggiunto. Ma, invece di sentire quell’esultanza, nella sua testa ci sono solo le urla dei giapponesi, i cadaveri carbonizzati, i rumori sordi dell’esplosione. Anche la fotografia del film gioca in contrapposizione, ha colori più freddi quando dipinge gli scienziati, a simboleggiare la loro razionalità, più caldi nelle esplosioni, nelle immagini microscopiche degli atomi che collidono, a simboleggiare la loro incontrollabilità. Nolan, in linea con il suo modo di fare cinema, trasforma la vita dello scienziato in un racconto complesso, in un puzzle che lo spettatore deve ricostruire. Una struttura applicata a tutte le sue opere come un marchio di fabbrica, ma che qui rischia di depotenziare le scene più emotive. Il risultato è un film ambizioso, che sicuramente avrebbe giovato di una maggiore sobrietà, ma che ha comunque delle sequenze notevoli, in grado di indagare la complessità della morale individuale in tempo di guerra, del rapporto tra scienza e politica, del potenziale distruttivo dell’energia nucleare.
Martina Genovese