La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor | 11

William Friedkin è morto, a 87 anni, lo scorso 7 agosto. Difficilmente sarebbe potuto venire alla Mostra, per via delle sue condizioni, ma per fortuna è arrivato, fuori concorso, il suo ultimo film, “The Caine Munity  Court-Martial”, da lui scritto e diretto sulla sedia a rotelle. Il testo è noto: fu lo stesso drammaturgo americano Herman Wouk, nel 1953, ad approntare per il teatro la versione concentrata e processuale, in due atti, del suo romanzo “L’ammutinamento del Caine”, poi portato sullo schermo da Edward Dmytryk nel 1954, protagonista Humprey Bogart.

“Corte marziale per l’ammutinamento del Caine” ha conosciuto numerose versioni, sia teatrali sia televisive, una porta addirittura la firma di Robert Altman. Nel riprendere in mano la questione, Friedkin ha aggiornato la vicenda al 2022 (nella versione originaria siamo durante la Seconda guerra mondiale), lavorando su un dilemma umano a lui sempre caro: la sottile, anche ambigua, linea di demarcazione tra bene e male, tra giusto e sbagliato.

Il film, dal montaggio incalzante e dai dialoghi nervosi, è interamente ambientato in un’aula della Marina militare americana. Il tenente Maryk è accusato di aver sollevato dal comando senza motivo fondato, durante una missione nel Golfo Persico della dragamine Uss Caine, il capitano Queeg, ritenuto instabile mentalmente e quindi pericoloso. Vero? Falso? L’avvocato Greenwald, chiamato a difendere l’amico, appare scettico, ma userà ogni mezzo per dimostrare, opponendosi alla tosta collega dell’accusa Challee, che fu giusto rimuovere Queeg perché con le sue decisioni sconsiderate avrebbe potuto far affondare la nave.

“Volevo creare una situazione tesa e concitata” ha scritto Friedkin, e in effetti il film risponde a quel disegno drammaturgico: la struttura “legal” (domande, risposte, battibecchi, sguardi) si misura con il formalismo militare, in un crescendo di tensioni che prepara il ragionevole verdetto. Ma nell’epilogo a sorpresa, una volta conclusosi il processo, Greenwald vorrà dire la sua e suonerà come una chiamata di correo per molti.

La partita principale si gioca tra Greenwald e Queeg, interpretati da Jason Clarke e Kiefer Sutherland, molto intensi entrambi, l’uno nell’incalzare impietosamente, l’altro nel far affiorare, nevrosi, fragilità e arroganze; ma tutto il cast mi pare ben scelto, a partire dal nero Lance Reddick, morto subito dopo la fine delle riprese (a lui è dedicato il film).

Per fortuna si potrà vederlo, anche in lingua originale, su Paramount+.

Michele Anselmi