Del nuovo film di Ficarra e Picone, “Santocielo”, sono tanti gli elementi che stupiscono, a partire dall’ambientazione: ci troviamo in Sicilia (non è specificato, ma il dialetto e l’ accento dei personaggi ce lo fanno intuire) in un tempo attuale. Già così, avrei urlato al miracolo, se un altro particolare, un’inezia di poco conto, non mi avesse fatto risvegliare da quello che è il torpore dello spettatore, tipico di quando un film finisce e ti rassegni all’ idea di dover continuare la tua vita nel mondo reale. Il dettaglio che citavo prima riguarda un argomento che alla Sicilia viene sempre accostato: la mafia. In “Santocielo” non viene citata nemmeno una volta. Ficarra e Picone devono amare la loro terra tanto quanto la amo io per scegliere di non ridurla ancora una volta solo alla criminalità organizzata, ai padrini, alle guerre di mafia, ai giudici che si sacrificano e alle istituzioni che non stanno al passo. Decidono di portare in scena un film completamente nuovo nel panorama italiano per temi, storia, racconto.
Aristide, interpretato da Valentino Picone, è un angelo mandato sulla Terra a far nascere il nuovo Messia per evitare un nuovo diluvio universale che Dio vorrebbe mandare a causa dell’orribile piega che gli umani stanno prendendo; per una serie di errori e coincidenze, si ritroverà a porre nel grembo di Nicola, interpretato da Salvo Ficarra, il nuovo Messia. Ne risulta, quindi, che Nicola, uomo narcisista, bigotto e legato alle apparenze, è incinto di un bambino.
Con lo svolgimento della trama ci si rende presto conto che l’ironia è solo un mezzo per parlare di temi importanti che in pochi hanno avuto il coraggio di toccare nel panorama cinematografico italiano; per lo meno a stupire sono le modalità con cui i due comici compiono quest’operazione: l’assoluta naturalezza di una famiglia che non deve essere composta per forza da una mamma e un papà per essere denominata tale, che può essere monogenitoriale e non per questo in difetto rispetto ad una famiglia dove i genitori sono presenti entrambi.
La critica sociale fatta dai due comici è sottile, ma punge anche lo spettatore meno attento, che è andato a vedere il film per divertirsi e intrattenersi nei giorni che separano il Natale dal Capodanno e lo fanno uscire dalla sala con la sensazione di essersi ferito, ma di non aver capito come né dove. Vengono declinati i vari tipi di amore che possono esistere: quello amicale tra Nicola e l’ex moglie Giovanna, che nasce da radici matrimoniali, quello tra Aristide e suor Luisa, tenero e del tutto platonico, quello tra Nicola e il figlio che aspetta, quello tra i due stessi protagonisti che imparano a conoscersi, apprezzarsi e volersi bene.
Forse era possibile spingersi con un passettino un poco più in là, uscire dalla zona di comfort e stupire veramente tutti con una commedia amorosa fino all’ultimo, più esplicita e coraggiosa. Però, come inizio non c’è male.

Isabella Bilo