L’angolo di Michele Anselmi
Confesso: non mi perdo un film con Tommy Lee Jones, straordinario attore texano, 77 anni, pure bravo regista di strani western psicologici. Qualcosa del genere mi capita anche con l’irlandese Brendan Gleeson. Essendo abbonato a Paramount+, ho subito selezionato “Finestkind”, negli Usa stroncato dai critici dopo il passaggio al festival di Toronto. Non che l’anziano attore sia protagonista, ormai lavora poco, ma è la sua presenza nei panni del molto acciaccato pescatore Ray Eldridge, basterebbe notare le borse sotto gli occhi, a ispessire la storia scritta e diretta da Brian Elgeland, coprodotta da Taylor Sheridan, l’inventore di “Yellowstone” e di serie collegate oltre che regista interessante.
Se vi piacciono i film di ambientazione proletaria, qui c’è di mezzo la pesca alle preziose capesante nei mari freddi del New England, “Finestkind” potrebbe fare per voi. Grazie agli ingredienti tipici della tragedia americana, mischiati con una certa disinvoltura, forse troppa, affinché non ci si annoi.
Siamo nel grande porto di New Bedford. Qui lavora, come capitano di un peschereccio non suo, il ruvido e incazzoso Tom Eldridge, pescatore col cappelluccio da baseball consumato e felpe macchiate di grasso. Il mare è la sua vita. Il fratellastro Charlie, che la comune madre Donna ha avuto da un ricco avvocato dopo essersi separata da Ray, decide di mollare gli studi universitari, benissimo avviati, per fare un’esperienza in mare. Tom non lo vorrebbe tra i piedi, conosce bene la durezza di quel lavoro, ma il giovanotto s’imbarca lo stesso e subito, insieme agli altri uomini dell’equipaggio, rischia di morire in un naufragio.
Mi fermo qui con la storia, perché il film custodisce parecchie sorprese, inclusa una svolta “crime”, legata a un carico di droga necessario per recuperare soldi nel minore tempo possibile, che cementerà il legame, per anni inesistente, tra Tom, Charlie e il vecchio Ray, rispettivamente incarnati da Ben Foster, Toby Wallace e appunto Tommy Lee Jones.
Bisogna spiegare che “Finestkind” significa pressappoco “Solo il meglio”: ed è il nome del bel peschereccio rosso che Ray vorrebbe regalare al figlio perché continui a lavorare senza sottostare più all’arrogante padroncino. Nell’arco di oltre due ore, Elgeland intreccia disavventure marinare e digressioni sentimentali, corse indiavolate in auto e perfino una sparatoria risolutiva (non così inattesa). “Si vive e si muore: è il cammino che conta” teorizza il vecchio pescatore che vorrebbe tornare a morire in Texas, dove nacque; e intanto tutto sembra complicarsi, in ossequi ai dettami della rischiosa “Legge di Murphy”, fino a prendere una bruttissima piega.
Sarà che a me piacciono le storie ambientate nel mondo della pesca, venendo da una città popolata fino a qualche decennio fa di pescatori, sicché non sono del tutto attendibile nel giudizio; ma mi pare che il film, pensato per le sale e subito finito sulla piattaforma, orchestri con una certa efficacia rancori, fatica, amori, riappacificazioni, balene e rese dei conti. Il versante femminile, in un cast per lo più di taglio maschile, è coperto dalla giovane Jenna Ortega e dalla matura Lolita Davidovich: l’una incarna la disinvolta Mabel, l’altra la saggia madre dei due fratellastri. Due donne mica male.
PS. Un po’ sullo stesso genere, parlo soprattutto di ambientazione, mi vengono in mente “La tempesta perfetta” con George Clooney e “Manchester by the Sea” con Casey Affleck.
Michele Anselmi