L’angolo di Michele Anselmi
Fa una certa impressione, confesso, vedere due bravi attori come Jeremy Irons e Minnie Driver coinvolti nel film “The Beekeeper”, un andante action-movie di David Ayer prodotto e interpretato da Jason Statham, ormai specializzatosi in ruoli da giustiziere implacabile. Intendiamoci, a me Statham piace, negli anni l’attore britannico ha saputo costruire addosso al suo corpo ben scolpito e alla sua pelata un personaggio vincente al botteghino, anche capace di sfumature autoironiche, sia pure connesse alle solite rodomontate da vendicatore laconico e solitario, talvolta disperato. Ma “The Beekeper”, dopo una bella partenza, sprofonda quasi subito nella puttanata inverosimile.
Incuriosito dal trailer, o forse in cerca di qualcosa che non suonasse “d’autore”, ho tuttavia speso 5 euro per vederlo al cinema Adriano, ieri pomeriggio: nella sala 1, alle 18, eravamo in otto, solo maschi, non giovani, tre dei quali slavi. Infatti il film, distribuito da 01-Raicinema, dopo una settimana sta ancora sotto un milione di euro e non si sposterà granché da lì, pur figurando anche oggi al terzo posto nella classifica giornaliera. Probabilmente andrà benissimo appena arriverà su una piattaforma digitale.
Eppure non era male l’idea: un ex agente specialissimo della Cia, un certo Adam Clay, s’è rifatto una vita come apicultore tranquillo, trovando ospitalità presso un’anziana signora nera che vive in campagna e gli fa pure da mangiare. Ma una bieca azienda di Boston, pilotata da un giovane squalo della finanza rampollo di una famiglia assai influente (c’è una sorpresa), usa i suoi call-center e un micidiale virus da “phishing” per svuotare i conti dei malcapitati, perlopiù anziani indifesi o senza famiglia.
Quando alla vedova Parker prosciugano tutto, perfino i fondi di un’associazione che fa beneficienza, e lei si uccide per la vergogna, Clay decide di rimettersi in moto alla sua maniera. Il “beekeeper” del titolo è lui: apicultore gentile con barba lunga, giubbotto Carhartt e cappelluccio da camionista, ma anche invincibile sopravvissuto di un esclusivo programma statale che usa la metafora degli alveari per raddrizzare le storture della società. Infatti, un attimo prima di far letteralmente esplodere il call-center, dirà: “Un tempo avevo anch’io una vita, facevo parte di un alveare”. Ed è solo l’inizio.
Statham picchia duro, spara, incendia, tortura, taglia le dita agli avversari e sussurra al telefono frasi del tipo “Hai la voce giovane, scommetto che non hai fatto testamento”. Ma la ripetizione stavolta ingenera noia, anche perché tutti sembrano fessi, troppo fessi, perfino gli agenti del “secret service” presidenziale oltre che le guardie del corpo del giovane milionario cocainomane.
Soprattutto Jeremy Irons e Minnie Driver paiono capitati lì per caso, senza neppure aver letto il copione: l’uno, oggi 75 anni, fa l’elegante ex capo della Cia che ora lavora per l’avida società finanziaria; l’altra, 53 anni, è una dirigente dell’Agenzia ancora in contatto con lui. D’accordo: quando le offerte si fanno più rare bisogna ramazzare ciò che viene, insomma il lavoro è lavoro; ma nel caso di Irons si vede che proprio nulla gli importa del film, specie delle parole ridicole che gli fanno pronunciare, e francamente è difficile dargli torto.
Michele Anselmi