L’angolo di Michele Anselmi

Grazie alla Lucky Red, la migliore casa di distribuzione oggi in Italia, torna al cinema per tre giorni, 22-23-24 gennaio, “Il cacciatore” di Michael Cimino, in una versione restaurata 4K e naturalmente in inglese con i sottotitoli. Proprio questa versione ho rivisto qualche tempo fa, restando in sala dopo una conferenza di Antonio Monda (l’americanista sarà di nuovo al romano Nuovo Olimpia lunedì sera alle 20 per parlare del film). Pensavo di trattenermi solo una mezzoretta, tanto per rinfrescare la memoria, invece sono rimasto fino alle undici di sera. Tre ore senza guardare mai l’orologio e il cellulare. Avvinto e turbato da “Il cacciatore” che mai avevo visto in lingua originale coi sottotitoli.
All’epoca, ricorderete, si parlò molto del doppiaggio di Ferruccio Amendola, chiamato a dare la voce a Robert De Niro, specie in relazione alle sequenze della roulette russa con i vietcong, reinventate al microfono nell’impossibilità di far aderire il sincrono alle battute in inglese. Ma, come sempre, l’originale è tutt’altra cosa, contiene una verità che nessun doppiaggio potrà mai restituire.
“Il cacciatore”, film del 1978, fu l’unico, vero, successo di pubblico di Michael Cimino, poi travolto dal disastro economico legato al magnifico western “I cancelli del cielo”. Nel 1979 ero già a “l’Unità”, da oltre due anni, non mi occupavo ancora di cinema ma ricordavo la stroncatura tutta politico/ideologica che del “Cacciatore” aveva vergato Aggeo Savioli, un ottimo critico di cinema e soprattutto di teatro, peraltro a me molto caro (purtroppo scomparso qualche anno fa). Non pensavo di ritrovare quel suo articolo, invece, se interessa, lo potete leggere in coda a queste righe. Ciascuno potrà farsi un’idea di prima mano.
In generale penso che a sinistra non fu proprio capito la portata epica, anche estetica e morale, di quel film, riducendo tutto a un discorso di pura esecrazione per come Cimino aveva rappresentato i vietcong: pazzi infoiati che uccidono i contadini e praticano “il gioco” della roulette russa sui prigionieri americani. In realtà nessuno si salva, nella prospettiva etica del film; e la roulette russa, usata da Cimino in una chiave fortemente simbolica, quasi a dirci il ruolo macabro del destino nella vita delle persone e insieme la necessità di sottrarsi all’inferno della guerra, dello sparare e uccidere, era solo un elemento, forse il più ulcerante e “fastidioso”, di quella storia d’amicizia, complessa e ramificata, costruita attorno a cinque operai, alcuni di origine russa, cresciuti a Clairton, una fumosa cittadina industriale della Pennsylvania.
Ho rivisto il torrenziale film in uno stato di strana tensione emotiva, pure un certo disagio; sarà perché ciò che all’epoca apparve soprattutto un “caso” politico/giornalistico, tra frenesia cinefila e contestazione storica, elogi e riprovazioni, oggi ha assunto ai miei occhi una coloritura diversa: più intensa e profonda. Credo che nessuna major hollywoodiana permetterebbe adesso a un giovanotto alla sua seconda regia, dopo il rimarchevole “Una calibro 20 per lo specialista” con Clint Eastwood e Jeff Bridges, di fare un film così: trapunto di divagazioni linguistiche, curiosità antropologiche, balli e feste alcoliche, riti ortodossi, lavoro infernale nelle acciaierie, tempi volutamente morti, battute di caccia in montagna.
Certo, tutti o quasi ricordano le sequenze atroci della roulette russa tra ratti giganti e acque limacciose, oppure De Niro col basco e medaglie che tornando assai cambiato dal Vietnam non riesce più a uccidere i cervi (ne grazia uno, abbassando il fucile, dicendogli “Ok”); o magari l’epilogo con la mesta rimpatriata tra amici riscaldato solo da quel canto che cresce di fronte al cibo e alle birre: “God Bless America”.
Ma “Il cacciatore”, sia pure con qualche perdonabile squilibrio drammaturgico, mi pare ancora oggi un film cruciale, anche potente, da vedere con uno sguardo non solo incline alla riprovazione “ideologica”. In fondo si parla di amicizia, amori, lavoro operaio, tradimenti, guerra, alienazione, sopravvivenza, perdizione. E che intuito nel mettere insieme quel gruppo di attori, con l’eccezione di De Niro poco noti: da Meryl Streep a John Savage, da Christopher Walken a John Cazale (già molto malato), da George Dzundza all’esordiente Chuck Aspegren (un operaio vero).
Domenica scorsa il regista e romanziere Davide Ferrario ha scritto un ampio e brillante articolo sul ritorno in sala del “Cacciatore”, sia pure per solo tre giorni. «Un film sugli Usa di Trump» ha titolato “La Lettura”, e non saprei dire se lo sguardo di Cimino sulla piccola comunità operaia di Clairton fu davvero così profetico. Ma un titolo è un titolo. Onestamente scrive Ferrario: «Continuo a pensare che “Il cacciatore”, nella sua ricostruzione della guerra del Vietnam, sia un film sciovinista, irrealistico, grottesco. Anche razzista, se si guarda al mondo in cui Cimino ritrae i vietnamiti». Ma poi, ricordando che delle quasi tre ore di durata due terzi si consumano a Clairton, il regista aggiunge: «Quello che Cimino mette davvero in scena non è la periferia, ma il cuore dell’America, quella più legata alle radici, anche se si tratta di immigrati, in questo caso di discendenza russa». Ne consegue, riassumo il complesso ragionamento di Ferrario, che rivedere oggi “Il cacciatore” è incredibilmente d’attualità: «In tempi in cui il cinema americano era impregnato di ben altro spirito (pochi mesi dopo sarebbe uscito “Apocalypse Now”!), Cimino ha raccontato una specie di “eterno americano” che ci parla del presente».
Ripeto: io non sono convinto che sia proprio così, credo insomma che gli ultra-trumpiani in tuta mimetica che assaltano Capitol Hill non siano i nipotini degli operai metallurgici di Clairton, certo maschilisti, incasinati, infelici e facili all’uso delle armi non solo per la caccia al cervo; ma forse sta anche qui la forza di un film che 45 anni dopo fa ancora parlare di sé, magari pure litigare destra e sinistra, perfino sinistra e sinistra.

Michele Anselmi

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■ di Aggeo Savioli per “l’Unità”, 28 febbraio 1979
Un fantasma si aggira sugli schermi cinematografici italiani: il fantasma dell’anticomunismo viscerale, del razzismo più bieco — quello che accomunava interi popoli e grandi civiltà sotto lo sprezzante appellativo di «musi gialli» — dell’odio zoologico per i «diversi». È il fantasma di un’America orgogliosa e paga di se stessa, incapace d’un briciolo di autocritica, chiusa a ogni apertura e comprensione verso quanti non abbiano l’inaudita fortuna d’esser cittadini della Repubblica stellata.
Parliamo del “Cacciatore” (“The Deer Hunter” ovvero “Il cacciatore di cervi”, nell’originale), il film di Michael Cimino che ora comincia a circolare Ha noi dopo esser stato al centro, prima a Belgrado e poi a Berlino ovest, delle note polemiche, cui è seguito, in particolare, l’abbandono del Festival cinematografico, in corso nel settore occidentale della città tedesca, da parte delle delegazioni di cinque paesi socialisti, a cominciare dall’Urss. Si può discutere dell’opportunità di un tale gesto. Ciò non toglie che “Il cacciatore” possa far trasecolare — usiamo di proposito un eufemismo — chiunque abbia memoria degli spaventosi lutti e sofferenze provocati dall’aggressione americana al Vietnam.
Il cuore del lungometraggio di Michael Cimino (tre ore di proiezione) è costituito, invero, dallo spettacolo di atrocità senza nome: donne e bambini massacrati a colpi di bombe nel sotterraneo dove hanno trovato rifugio, prigionieri tenuti dentro gabbie per animali, immersi in acque putride percorse da topi feroci, seviziati moralmente e materialmente, obbligati a uccidersi con le loro stesse mani. C’è persino, ricalcata quasi al millimetro, la celebre tremenda foto del capo della polizia di Saigon che punta la pistola alla tempia della sua vittima inerme e spara.
Solo che tutto questo è mostrato a ruoli rovesciati: a commettere quelle infamie non sono, come tanto a lungo ed esaurientemente si documentò all’epoca, gli invasori e i loro manutengoli, ma i partigiani del Fronte di liberazione vietnamita. Si aggiunga che costoro praticano sulla pelle dei nemici catturati, sotto il benevolo sguardo d’un ritratto di Ho Chi Minh, il sadico sport della roulette russa, maneggiando bigliettoni di banca come gangster in una qualche bisca di Chicago.
Del resto, non è che i sud-vietnamiti di Van Thieu siano visti con molta maggior simpatia: sono brutti e torvi e Saigon è una città perversa, dove i poveri “berretti verdi” vengono intrappolati da gente sinistra e costretti ancora a sanguinosi giochi d’azzardo. E chi sono i loro sfruttatori? Di nuovo vietnamiti, e cinesi, e — unico “bianco” — un anziano residente francese…
Potremmo continuare, ma pensiamo che l’esemplificazione sia bastevole. Eppure, ciò che forse impressiona di più non è tanto la spudorata mistificazione degli eventi della guerra americana nel Sud Est asiatico, quanto il pesante velo steso sul dramma vissuto, allora, all’interno stesso degli Stati Uniti. Tutto si riduce a una sbrigativa allusione finale a uno «scontro di opinioni». All’anima dello scontro. Ci furono manifestazioni di massa, e forme esasperate di protesta, e repressioni cruente, e giovani trucidati dentro le Università, e diserzioni: una crisi profonda che scosse gli USA, e la cui eco pensavamo non si fosse del tutto spenta.
Qui è il punto: il successo che “Il cacciatore” ha già ottenuto in patria, i consensi e i premi della critica, le nove candidature agli Oscar (gli Oscar sono quel che sono, però esprimono in qualche modo gli orientamenti non solo dell’industria, ma anche degli intellettuali che lavorano a Hollywood) costituiscono un sintomo grave. Chi non ricorda il proprio passato è costretto a riviverlo, ha scritto qualcuno. Certo, il confronto bellico in atto tra Cina e Vietnam offre un’occasione cupamente propizia alla sortita del “Cacciatore”. Ma, se sappiamo quanto complesso e arduo sia l’intreccio dei problemi in quella zona decisiva della comunità umana, ci rendiamo ben conto di come gli aggressori di ieri non possano, oggi, che fregarsi le mani e soffiare sul fuoco.