L’angolo di Michele Anselmi

Accidenti che sfoggio di cultura! “Il film è anche una riflessione prossemica” ha spiegato l’attore Gabriel Montesi presentando oggi alla stampa “Sei fratelli” di Simone Godano, nelle sale con 01 Distribution dal 1° maggio. La prossemica, termine introdotto e coniato dall’antropologo Edward T. Hall nel 1963, studia le relazioni di vicinanza adottate dalle persone nella comunicazione verbale e corporea. E certo il personaggio incarnato da Montesi, appunto uno dei sei fratelli, è un tipo rustico, incazzoso, insofferente, che mette parecchie barriere tra sé e gli altri.
A tre anni dal riuscito “Marilyn ha gli occhi neri”, il 47enne Godano, sempre prodotto da Matteo Rovere insieme a Rai Cinema, torna al cinema con una storia corale scritta con Luca Infascelli. Trattasi, come avrete capito, di ostica riunione di famiglia, anche se la famiglia in realtà non s’è mai davvero riunita nei decenni. Dai primi cinque minuti di film sappiano che il settantenne Manfredi Alicante (curioso nome e cognome), malato terminale, s’è buttato dal tetto di un ospedale francese, in quel di Bordeaux, per farla finita, un po’ alla maniera di Mario Monicelli. “Il tempo è un’illusione, non ricordo chi l’ha detto” spiega il suicida in forma di io narrante (in verità la frase è attribuita ad Albert Einstein); e di lì a poco cinque persone che vivono nelle città più diverse saranno informate del decesso. Sono Marco, Guido, Leo, Gaelle e Mattia, i figli che Alicante ebbe da tre madri diverse; anzi quattro, perché a sorpresa si presenta dal notaio anche la trentenne Luisa, che l’uomo concepì insieme a una quarta amante.
I sei fratelli, l’uno contro l’altro armati per varie ragioni, sperano in una redditizia eredità, ma non c’è trippa per gatti, come dicono a Roma: solo un’azienda per l’allevamento di ostriche sulla quale grave un debito di quasi 600 mila euro. Che fare: provare a gestirla o liberarsene?
Racchiusa nell’arco di una settimana, dal lunedì al sabato, la storia va sul classico nell’andamento psicologico: sorpresa, ipocrisia, rancore, frustrazione, resa dei conti, scene madri, voglia di ritrovarsi.
Quanti film abbiamo visto sull’argomento? Infiniti. Perfino i Vanzina, con “Mai stati uniti”, si cimentarono con la fratellanza tardiva che sconfigge l’indifferenza, ma viene da pensare anche a “Parliamo delle mie donne” di Claude Lelouch o al recente “50 Km all’ora” di Fabio De Luigi.
Godano opta per una via mediana, un po’ tra Ozpetek e Muccino, in una chiave di racconto che sfrutta la convivenza forzata del sestetto per far emergere le dinamiche emotive: singole e di gruppo. Per dire: Leo detesta da sempre Marco, che lavora nel campo della tv, perché da giovane gli rubò l’amatissima Giorgia per prenderla in moglie; mentre il separato e infelice Guido, già campione di arti marziali, non è insensibile al fascino della sorellastra Gaelle, sempre a un passo dallo sposarsi.
“Siamo in un mondo reale, bisogna sapersi accontentare” è la saggia riflessione alla quale perviene il film attraverso la voce del morto, un padre che fu carismatico e incasinato, distratto ma non insensibile. Insomma, quella settimana passata insieme non sarà passata invano, avrà scongelato qualche cuore in inverno.
Nemmeno Godano è indenne dal vizio tutto italiano di affogare le parole dette dai personaggi in un mare di musica, sedici brani tra canzoni e colonna sonora, come se non si fidasse delle situazioni e del copione. Peccato. Perché il film sfodera momenti intensi, dai tratti universali, pur dentro una drammaturgia che cerca l’effetto, tra asprigno e consolatorio (vi prego di non tirare in ballo “Il grande freddo”, quello era un altro pianeta).
I sei fratelli sono incarnati, con qualche eccesso verbale ma sensibile partecipazione, da Riccardo Scamarcio, Adriano Giannini, Gabriel Montesi, Valentina Bellè, Claire Romain e Mati Galey, rispettivamente nei ruoli di Marco, Guido, Leo, Luisa, Gaelle e Mattia; altri ruoli femminili sono coperti da Linda Caridi, Judith El Zein e Antonella Ponziani, spiritosa nello scherzare sui ritocchini plastici; al misurato Gioele Dix toccano il volto e la voce del padre.

Michele Anselmi