L’angolo di Michele Anselmi
A chi mi chiede se c’è qualcosa di buono da vedere su Netflix, rispondo così: “Un uomo vero”, sei puntate che stanno dando sulla piattaforma digitale dal 2 maggio. Tratta dal romanzo “A Man in Full” di Tom Wolfe, pubblicato nel 1998, la miniserie aggiorna gli eventi al 2024, ben restituendo quel mix di follia capitalistica, culto virilista, tragedia buffa, razzismo strisciante/manifesto che è un po’ la cifra stilistica del romanziere del “Falò delle vanità”.
La miniserie racconta la rovinosa caduta verso la bancarotta di Charlie Croker, un magnate appena sessantenne che sta sperimentando sulla propria pelle, in quel di Atlanta, giù in Georgia, nel “deep south”, la fine del mito che lo circonda, nel bene e nel male, e che ha alimentato un’ingordigia infinita. Tutto è eccessivo, sfrenato, nella vita di questo riccone vanitoso, e la regia a quattro mani, volentieri sopra le righe, magari sin troppo, restituisce quel clima di progressiva sconfitta.
Sesso, Viagra, vendette, debiti per un miliardo e mezzo di dollari; una ex moglie e madre abbandonata per una donna molto più giovane di lei e per questo sempre in palestra; un ridicolo funzionario di banca, ricattato da una disinvolta finlandese dai lui messa incinta, deciso a mettere ko per invidia l’uomo che popola i suoi incubi; cavalli che s’accoppiano, protesi robotiche, un afroamericano finito in carcere ingiustamente per aver reagito a un poliziesco manesco, un avvocato di successo, sempre nero, che non sa più dove schierarsi mentre incombono le elezioni comunali che potrebbero portare al potere un bianco reazionario e forse stupratore. E non è finita.
Jeff Daniels, oggi 69enne, fa di Croker “l’uomo vero” evocato dal titolo: una specie di Trump che parla con l’accento sudista, lento e strascicato, suda come una fontana sotto le ascelle quando è sotto pressione e non vuole rinunciare a perdere tutto, a partire dal suo amatissimo Boeing.
Bisogna sentirlo in originale coi sottotitoli per gustare il lavoro certosino fatto sulla pronuncia (del resto lui è nato proprio in Georgia), anche sul fisico del personaggio, che sta cedendo da ogni parte, per restituire il titanismo amorale di questo faccendiere nel mirino della banca. Scritto da David E. Kelley con Regina King regista di tre episodi su sei, “Un uomo vero” è stato accostato a “Billions” per l’argomento, ma direi che prediliga altre atmosfere, incluse alcune tonalità grottesche, da metafora colorita e politicamente scorretta.
E poi c’è la mia attrice preferita in assoluto, Diane Lane, 59 anni, nei panni di Martha, l’ex moglie di Croker che ha detto addio all’amore e tuttavia adora essere corteggiata; sembra parecchio invecchiata e appesantita, ma direi che siano protesi applicate al sedere per farla apparire così sformata, in attesa della gloriosa rivincita.
Quanto alla struttura, gli autori giocano con un classico del racconto cinematografico: il punto di vista di un morto, un po’ alla maniera di “Viale del tramonto” e infiniti altri. Non rivelo nulla: sin dalla prima inquadratura vediamo Croker disteso a terra, esanime, in una posizione strana, mentre ascoltiamo la sua voce che lancia il lungo flashback. Sei puntate dopo sapremo che cos’è successo, come si è arrivati lì; e bisogna dire che il finale è davvero sorprendente, anche piuttosto audace e survoltato sul piano del sesso (non solo evocato).
Michele Anselmi