La Mostra di Michele Anselmi | 3

“Vengo nei ristoranti per essere venerata” confessa Angelina Jolie nei panni di Maria Callas al cameriere che l’invita a mangiare qualcosa. Poche settimane dopo la mitica cantante lirica di origine greca, benché nata a New York e naturalizzata italiana, morirà nel suo lussuoso appartamento parigino, a causa di un infarto, ma tutto il suo corpo da tempo aveva dato segni di cedimento.

Qui al Lido spira un’aria da capolavoro annunciato su “Maria”, il film di Pablo Larraín che chiude l’ideale trilogia dedicata a tre tragiche/iconiche donne del Novecento: Jackie Kennedy, Diana Spencer e adesso Maria Callas, rispettivamente incarnate da Natalie Portman, Kristen Stewart e appunto Angelina Jolie. Il regista cileno è di casa al Lido: l’anno scorso portò in gara il fosco “El Conde” sul vampiro Pinochet, premiato alla voce sceneggiatura; probabilmente “Maria”, coprodotto da Lorenzo Mieli per l’Italia e appena acquistato da 01 Distribution (Rai Cinema), aspira a qualcosa di più.

Non per fare il bastian contrario, ma “Maria” mi sembra un bel film biografico con un punto di vista interessante, ma proprio non parlerei di “chef d’oeuvre”. Scritta dall’abile Steven Knight, la storia si concentra sugli ultimi mesi di vita della cantante 53enne, partendo proprio dalla fine: un corpo esanime su un tappeto, semicoperto da un divano, con tanto di data: 16 settembre 1977. Lì si tornerà, secondo una struttura drammaturgica alla moda; e intanto Larraín ricostruisce le settimane precedenti a colori e momenti cruciali della vita sentimentale e artistica di Callas in bianco e nero.

Smagrita, affaticata, umiliata da una voce che non risponde più dopo il ritiro dai palcoscenici di quattro anni prima, la “Divina” vive ancora nel culto di sé stessa, come incapace di fare i conti con la realtà. Appare capricciosa e umorale, e certo le pillole di Mandrax, nascoste dappertutto per evitare che siano sequestrate dai due fedeli collaboratori domestici Ferruccio e Bruna, non aiutano la situazione.

Il Mandrax esiste davvero: trattasi di metaqualone, un farmaco con azione sedativa-ipnotica, simile agli effetti di un potente barbiturico. Non è un caso – ecco la trovata del film – che lei decida, sentendo approssimarsi la fine, di concedere una lunga intervista/confessione a un giovane documentarista britannico da lei ribattezzato, appunto, Mandrax. Esiste davvero o è frutto dell’immaginazione?

Il tono generale è crepuscolare, malinconico, meditabondo, come di addio prossimo venturo. Un po’ “Fedora” di Billy Wilder e un po’ Oriana Fallaci nella tarda maturità, la Maria Callas di Larraín è una donna indocile, ulcerata, pure risentita. Vorrebbe sentirsi ancora la prodigiosa interprete di “Anna Bolena” nella scena della follia, ma fiato e intonazione incespicano. A un certo punto, in uno dei flashback, risuona pure l’impietosa battuta detta a Callas dal suo ricchissimo amante Aristotele Onassis dopo aver ascoltato Marilyn Monroe sospirare “Happy Birthday” al presidente Kennedy: “A nessuno interessa la sua voce, come a nessuno interessa il tuo corpo”.

Angelina Jolie si cala anima e corpo nel personaggio, in una sorta di immedesimazione totale, quasi dolorosa, pure nelle troppe scene cantate in playback. Tuttavia, non è solo questione di somiglianza, si stenta a crederle, nonostante trucco, parrucco e abiti fantastici (del nostro Massimo Cantini Parrini). Poi ci sono Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher, Valeria Golino, Haluk Bilginer e Kodi Smith-McPhee, tutti appropriati nei ruoli di Ferruccio, Bruna, la sorella maggiore Yakinthi, Onassis e il misterioso Mandrax.

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Nella giornata dei cineasti di lingua spagnola è arrivato anche “El Jockey” dell’argentino Luis Ortega, assai generosamente messo in concorso. Coprodotto da Benicio Del Toro, il film è una commedia folleggiante e surreale che rifà il verso, qua e là, al cinema, ben più profondo, del finlandese Aki Kaurismäki. Ironia fredda, personaggi eccentrici, contesto malavitoso tra buffo e feroce, più una sensibilità “queer” che emerge via via dalla storia. Siamo a Buenos Aires: un fantino leggendario, tal Remo Manfredini, ha perso il tocco magico per colpa dell’alcol e della cocaina, e adesso il suo boss, il mafioso Sirena che ama cullare tra le braccia neonati chissà dove presi, esige una vittoria cavalcando un costoso stallone giapponese chiamato Mishima. Ma Remo, fidanzato con la collega Abril scopertasi incinta, s’infortuna gravemente, scappa miracolosamente dall’ospedale e si traveste da donna per sfuggire ai sicari di Sirena. Il tema dell’identità sessuale è il vero cuore di un film che filosofeggia convinto di essere molto spiritoso e originale (balletti, faccette, machismi vari, trovatine e strani poteri speciali).

Michele Anselmi