La Mostra di Michele Anselmi | 2

I festivalieri cinefili sono fatti così: appare sul grande schermo il logo in bianco e nero della Warner Bros e parte l’applauso, arriva subito dopo quello della Geffen e riparte l’applauso. È successo stamattina alle 9 in Sala Darsena per “Beetlejuice Beetlejuice”, il film di Tim Burton chiamato ad inaugurare, fuori concorso, la 81ª Mostra di Venezia. Diciamo che l’entusiasmo s’è un po’ raffreddato strada facendo, ma certo l’estroso regista americano, classe 1958, gode ancora di un notevole prestigio, benché non facesse un film per il cinema dal 2019, l’anno di “Dumbo”.

Come certo saprete, trattasi di seguito di “Beetlejuice – Spiritello porcello”, che risale al 1988. All’epoca girato con 15 milioni di dollari, fu un notevole successo planetario. Pare che l’idea sia venuta durante le riprese della miniserie tv “Mercoledì”, nel 2022: però mancava una storia convincente, alla fine fornita dagli sceneggiatori Alfred Gough, Miles Milar e Seth Grahame-Smith. Così trentasei anni dopo Michael Keaton anni ha reindossato l’abito a righe molto juventino, i capelli giallastri e le vistose occhiaie di Betelgeuse (in inglese suona appunto Beetlejuice, “succo di coleottero”). Il fantasma impertinente e oltraggioso fa di professione il “bio-esorcista”, ovvero il contrario del classico esorcista: lui infatti si sbarazza degli umani con malefici scherzi per dare un po’ di pace agli altri spiriti.

Della vecchia compagine tornano, oltre a Keaton, Winona Ryder e Catherine O’Hara, manca all’appello invece Jeffrey Jones, benché ancora vivo e continuamente evocato nel seguito (ma uno squalo gli ha mangiato la testa, e quindi…). Mentre, tra i nuovi, ci sono Monica Bellucci, oggi compagna del regista, Jenna Ortega, Willem Dafoe e Justin Theroux. Naturalmente “Beetlejuice Beetlejuice” si può gustare anche senza aver visto il primo episodio, però la memoria aiuta a cogliere nessi, riferimenti e strizzatine d’occhio.

Per farla breve, diciamo che Lydia Deetz, l’adolescente che ebbe il suo daffare con lo “spiritello porcello”, oggi è una cinquantenne in stile famiglia Addams specializzata nel fare trasmissioni tv sui fantasmi. “I vivi e i morti possono convivere?” chiede agli spettatori, e naturalmente la figlia Astrid, che la detesta, la considera una squinternata. Ma qualcosa di terribile, siamo nei giorni di Halloween, sta per succedere alla nonna di Astrid, la scaltra “artista” Delia, sopravvissuta al marito; e a quel punto bisognerà invocare il ritorno di Beetlejuice dall’Aldilà, visto come una sorta di mondo parallelo con regole e file, affinché sistemi le cose. Solo che anche Beetlejuice ha i suoi guai: la micidiale Delores ha ricomposto i propri pezzi di corpo con una cucitrice da muratore e adesso è pronta a svuotare letteralmente i “corpi” degli spettri avversari soffiando qualcosa nella loro bocca.

Burton è un regista creativo e fantasioso, capace di lavorare sul macabro e sull’horror estraendone sapori tenerelli; ma direi che “Beetlejuice Beetlejuice” riveli anche una certa indulgenza del regista nel rifare il verso a sé stesso, tra effetti speciali all’antica, volutamente non digitali, case gotiche dalle parti di Winter River e trovate più o meno irriverenti a sfondo sociale, specialmente la sequenza con i followers impazziti risucchiati dai loro cellulari. Spunta pure un affettuoso omaggio, recitato in italiano, a Mario Bava, da Burton già citato in un precedente film, risuonano “Tragedy” dei Bee Gees e il tema di “Carrie – Lo sguardo di Satana” composto da Pino Donaggio; il tutto dentro un quadro all’insegna della parodia, ora sfotticchiando la Disney ora ironizzando sui poliziotti da film, senza troppo graffiare, con una punta di dichiarata senilità. Dopo l’anteprima mondiale al Lido, sarà nelle sale dal 5 settembre.

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Magari non è un caso che il direttore Alberto Barbera abbia piazzato “Nonostante” di/con Valerio Mastandrea nello stesso giorno di “Beetlejuice Beetlejuice”. I vivi e i morti tornando anche in questo secondo film diretto dall’attore romano, a sei anni da “Ride”, preso per inaugurare la sezione Orizzonti. Mastandrea non sceglie un argomento facile per questa storia scritta insieme ad Enrico Audenino, quasi proseguendo una sua riflessione intima legata alla malattia, agli effetti di essa sul corpo e la mente, penso a “La linea verticale” o a “Domani è un altro giorno”.

La dimensione realistica s’attenua quasi subito, lasciando che lo spettatore s’abitui un po’ alla volta ai movimenti del protagonista, incarnato dallo stesso Mastandrea. L’uomo, elegantemente vestito, s’aggira per un ospedale come fosse a casa sua, ormai pratico degli ambienti, quasi non visto da medici e infermieri. Chi è e perché qualcuno che gli somiglia è steso su un letto, forse da anni, in coma profondo?

Come sospesi, rinchiusi in una sorta di purgatorio nel quale parlano, scherzano, corrono, litigano, i personaggi, sostanzialmente due uomini e due donne, aspettano di capire che cosa sarà di loro: se torneranno alla vita vera, con le loro facoltà, o se li aspetta una specie di vaporetto guidato da un moderno Caronte.

Non si può raccontare troppo di “Nonostante”, secondo Mastandrea “una preposizione che si fa sostantivo”, perché il film si muove su un terreno fortemente simbolico, di dolorosa evanescenza, quasi ectoplasmatica: a volte basta un alito di vento, una piccola corrente, per scuotere e trascinare via quelle creature leggerissime (sarà un omaggio a “21 grammi” di Alejandro González Iñárritu?).

A volte “Nonostante” sembra un film di Paolo Genovese, e del resto l’attore ha recitato con ruoli di spicco sia in “The Place” sia in “Il primo giorno della mia vita”. Può darsi che qualcosa di “Fantasmi a Roma” di Antonio Pietrangeli torni qua e là, in chiave di suggestione emotiva, anche se Mastandrea-regista indugia e impreziosisce, tra passeggiate, svolazzi, sguardi, corse pavide, dialoghi meditabondi, poteri quasi magici, canzoni ad ogni attacco di scena (pure una strana cover della gucciniana “Noi non ci saremo”).

“Siamo tutti senza speranza” sentiamo dire a un certo punto. Ma il pessimismo realista si combina a un sentimento di speranza che affiora tra i discorsi e gli sguardi, la rabbia e l’impotenza, in un costante sdoppiamento di sé. Film ambizioso e irrisolto, frutto di una drammaturgia che stenta, secondo me, a rispecchiare le ambizioni. Lo si vede anche nella prova degli interpreti, comunque ben scelti: Mastandrea gioca in casa, accanto a lui Dolores Fonzi, Lino Musella, Laura Morante, Giorgio Montanini, Justin Alexander Korovkin; più Barbara Ronchi, Luca Lionello, Lele Vannoli, Stefania Orsola Garello e Umberto Contarello in ruoli minori. Il film uscirà nelle sale con la Bim.

Michele Anselmi