C’è qualcosa di profondamente nostalgico in “Uglies”, il nuovo adattamento Netflix del romanzo di Scott Westerfeld. Ha il potere di riportare lo spettatore a un’epoca precisa del cinema young adult, quella degli anni Dieci del 2000, dominata da saghe distopiche come “Divergent” e “Maze Runner”. Tale sensazione non è rafforzata solo dalla trama che ruota attorno a giovani ribelli in lotta contro un sistema oppressivo, ma risiede anche nella volontà di Netflix di adattare questo racconto agli spettatori di oggi, in un’epoca in cui la nostra ossessione per la bellezza e la perfezione estetica è più forte che mai.
Ambientata in un futuro distopico in cui ogni adolescente deve sottoporsi a un’operazione chirurgica per diventare “perfetto”, la storia effettivamente si adatta bene al contesto contemporaneo. Basta guardarsi intorno: la pressione per conformarsi a certi standard di bellezza non è mai stata così intensa come nell’era dei social media. Tuttavia, nonostante la tematica potente, questo ancoraggio al passato fa sì che “Uglies” appaia poco innovativo e più un prodotto nostalgico, ripetitivo in certi momenti.
Al centro della storia troviamo Tally Youngblood (Joey King), una ragazza che non vede l’ora di diventare “pretty”, ma inizia a mettere in discussione la società quando scopre i segreti dietro l’operazione e la vera natura di ciò che comporta. L’ironia sta alla base, già nella scelta del cast: i protagonisti, scelti per interpretare i “brutti” della società, sono lontani dal potersi definire tali. Anzi, sono attraenti secondo i canoni comuni, il che smorza la tensione emotiva e rende difficile per lo spettatore immedesimarsi nelle difficoltà che affrontano. Questa scelta registica, pur comprensibile dal punto di vista commerciale, toglie potenziale all’idea originale e fa sì che il pubblico non si senta realmente colpito.
Un altro elemento debole è la rappresentazione visiva della trasformazione. In un mondo che promette una metamorfosi drastica, la tecnologia del film ci mostra un effetto simile a un filtro di bellezza su TikTok. Un’ironia? Forse. Ma più probabilmente una scelta che, pur volendo riflettere sulla superficialità dell’estetica digitale, rischia di banalizzare un tema profondo. La trasformazione da “ugly” a “pretty” appare ridotta a un fotoritocco, e l’intera operazione si trasforma in una questione di apparenza piuttosto che di un cambiamento sostanziale.
Il regista prova a far emergere una critica sociale sui nostri standard di bellezza e sull’ossessione della ricerca della perfezione, ma il film non riesce ad andare oltre la superficie. Resta un lavoro che intrattiene, ma si potrebbe pensare che, se fosse stato realizzato nel pieno del boom dei film distopici, “Uglies” avrebbe avuto un impatto maggiore. Oggi, invece, si sente la mancanza di un approccio più incisivo e contemporaneo, lasciandoci con la sensazione di un’occasione mancata.

Camilla Golia