L’angolo di Michele Anselmi
Nel gergo cinematografico il “making of” è un documentario che narra la produzione e i retroscena della realizzazione di un film. Di solito viene girato a fini promozionali, ma nel caso di “Making Of”, nelle sale dal 26 settembre con I Wonder Pictures, tutto nasce e si sviluppa per motivi diversi. A pochi mesi dal potente “Il caso Goldman”, il francese Cédric Kahn, classe 1966, torna con un film che a prima vista potrebbe suonare come un omaggio a “Effetto notte” di François Truffaut, 1973, cioè a quel cinema sul cinema che poi diventa metacinema, in bilico tra romanticismo e poesia. Solo che lo sguardo di Kahn è impietoso, pragmatico, e vai a sapere se in questo cine-racconto sulla sopravvivenza non vi sia distillata qualche esperienza personale.
Siamo sul set di un film duro, livido, a sfondo sociale, di quelli alla Stéphane Brizé interpretati da Vincent Lindon. Un gruppo coeso di operai lotta per non far chiudere la fabbrica ed evitare, imponendo l’autogestione, che i macchinari siano spediti all’estero. Il regista Simon, a un passo dal divorzio e dubbioso sulla scelta dell’attore protagonista, un divo costoso che ciancia di Impegno, sente subito puzza di bruciato quando due dei produttori arrivano da Parigi per chiedergli di modificare il finale, considerato poco “happy”, troppo pessimista.
Il cineasta punta i piedi, anzi affida a Joseph, una comparsa che gli appena fatto avere un copione, il compito di filmare quasi di nascosto l’incontro con i produttori, come se fosse un frammento del “making of”. Sarà l’inizio di un calvario: i finanziatori mollano il progetto, la troupe accetta di lavorare sottopagata per finire le riprese, il regista si dispone a tagliare parecchie scene per risparmiare sul budget. E intanto tutto si fa caotico su quel set invernale, battuto dalla pioggia: tra scenate, crisi di nervi, amori che nascono e narcisismi d’attore.
L’idea è di mostrare dal di dentro la macchina-cinema rispecchiando la complessità del processo creativo: il film sugli operai diventa quindi specchio di quanto accade sul set, in una sorta di continua osmosi tra finzione e realtà, riprese e vita, fabbrica in lotta e vertenza sindacale.
Non è una novità, ma “Making Of” sfodera un certo interesse anche per chi non è del ramo; purtroppo, nel fuoco delle avversità, mentre tutto sembra inclinare al peggio, Kahn perde un po’, come il suo regista Simon, il controllo del film, che diventa divagante, più buffo che nevrotico.
Non parlerei, come pure ho letto, di un “Boris” ambientato su un set di Ken Loach, semmai “Making Of” ricostruisce la follia strisciante che talvolta presiede alla fattura di un film: tra eventi imprevedibili, rivalità narcisistiche, voglia di mollare tutto. Ma sapendo, come sentiremo dire in sottofinale, che “il cinema è una droga: nessuno lascia mai niente”.
Denis Podalydès è come sempre puntuale nel ricoprire il ruolo di Simon, che sente su di sé una sorta di stanchezza esistenziale e professionale, oltre che matrimoniale. Gli fanno da contorno, spesso prendendosi la scena, attori come Stefan Crepon, Souheila Yacoub, Jonathan Coen, Emmanuelle Bercot e Valérie Donzelli: bravi come sanno essere i francesi quando sembrano non recitare.
Michele Anselmi